Quanto fin qui detto sui colori
potrebbe inerire l’aspetto semantico dell’araldica, ma sono tuttavia le
particolarità sintattiche delle sue espressioni che “impressionano”
maggiormente l’orecchio profano. Infatti nella blasonatura uno scudo tutto
rosso, può essere indicato solo dall’espressione di rosso pieno (de gueules
plain) o, al massimo, campeggiato di
rosso.[1]
L’impiego di un linguaggio araldico, avente un lessico e una sintassi
specifica, potrebbe comunque sia apparire una complicazione inutile, rispetto
al linguaggio parlato. È bene subito comprendere che il procedimento impiegato
della blasonatura, con pochi termini e con costruzioni prefissate garantisce la
descrizione di stemmi assai complessi; infatti molto più complesso si rivelerebbe la
descrizione d’uno stemma elaborato senza l’ausilio di un linguaggio specifico, si
finirebbe o per dimenticare qualche elemento dello scudo o a non riuscire a
catalogarne altri.
Sarà più tarda la trascrizione
in latino della suddetta blasonatura;[2]
possiamo leggere questa particolarità linguistica come l’espressione della laicità della stessa
araldica: non a caso furono più tardi, come già accennavamo, gli stemmi
araldici ecclesiastici.[3]
La resa in latino mostrò le difficoltà di traduzione di alcuni termini e di non
univocità degli stessi; qualvolta per evitarle si passò a dei prestiti, come banda per banda, fascia per fascia. Credo che ciò, questa
oscillazione, vada inscritta nella peculiarità stessa dell’araldica medievale,
nel suo essere fortemente variabile, nella sua instabilità.[4]
La fantasia, come vedremo, non
sarà certo un elemento inerente solo a scudi irreali, anche quelli
effettivamente esistiti sono stati caratterizzati dalla sensibilità dell’autore;
soprattutto è negli elementi accessori (come il diaprato o il monte) che si
scorgono maggiormente il gusto e le capacità tecniche dell’artista: da questi
elementi sorsero vere e proprie “confusioni”.[5]
Non stupisce pertanto che spesso le regole, soprattutto nel contesto duecentesco,
siano delle convenzioni.[6]
Sostiene Pastoureau:
La part réservée aux caprices des
individus ou à la fantaisie des artistes y a toujours été grande.[7]
Per quanto concerne la sintassi, la
resa latina si esprime come un abuso di proposizioni relative, laddove, nel
volgare, la struttura dello stemma viene riproiettata sulla gerarchizzazione delle
proposizioni; questo non può avvenire nel latino, in cui la sintassi non
possiede il medesimo ordine sintattico “rigido” delle lingue romanze, ed ecco
il perché il ricorso all’amplio uso delle relative.
Spesso veniva impiegata una scrittura bilingue, in cui
l’elemento non facilmente traducibile era introdotto dall’espressione quod vulgo dicitur, tuttavia ciò non era propriamente
una traduzione.
In ultima analisi, denuncio la particolarità che nella traduzione
venivano letteralmente dimenticati le figure, i colori, le linee, ovvero tutti
quei elementi essenziali per l’identificazione dello stemma. La traduzione in
latino sarà più efficace, più corretta, con la maggior burocratizzazione della
blasonatura (e il suo “rafforzamento” ereditario), pur se, a causa di quanto
detto, la medesima traduzione sarà articolata in periodi più lunghi, rispetto
all’originale in volgare. Tutto ciò può venire collocato al complicarsi delle
figure degli scudi, che denuncerà una necessità maggiore di precisione nella
loro descrizione.[8]
Concludo dicendo che le
competenze dell’araldo non rientravano nella sfera giuridica istituzionale, né
tantomeno amministrativa, esse si caratterizzarono per il loro tecnicismo: non
sussiste nel Medioevo un effettivo ufficio di registro di scudi, tuttavia
furono costituiti taluni elenchi, come nel caso di quello redatto per Filippo
II Duca di Borgogna (1342-1404), fra gli anni 1373-1376.[9]
Questa mancanza di burocratizzazione degli stemmi, in origine, giacché
successivamente essi potranno essere rigorosamente resi oggetti di documenti e
atti notarili,[10]
non deve far illudere sulla loro reale importanza: vi furono effettive guerre causate
da simboli[11]
o, semplicemente, cause giuridiche in cui l’oggetto contestato era un
particolare emblema, come accadde fra Richard Scrope (ca.1350-1405) e Robert Grosvenor
(ca.1342-1396), sotto il regno di Riccardo
II d’Inghilterra (1367-1400), che nel 1385 si presentarono
al cospetto del Re, dibattendo su chi dovesse fregiarsi dello stemma d’azur à la bande d’or.[12]
[1]È uno degli studi più diffusi in
diverse regioni dell’Europa, non v’è stata tuttavia un’influenza reciproca,
consiste “semplicemente” nell’uso di un colore distintivo per eccellenza; esso
è lo stemma del Visconte di Narbona, della famiglia Rossi di Firenze, della Diocesi di Liegi a Malines-Bruxelles (fino al XIV secolo, cfr. Galbreath, Manuel du blason,
p. 90), del Canton Svitto.
[2]È il caso dei notai di Firenze del XIV secolo; v. Klapisch-Zuber e Pastoureau,
Parenté et identité.
[3]Per quanto concerne l’araldica
ecclesiastica v. anche Heim, Coutumes et droit héraldique e Lanza di Montezemolo e Pompili, Manuale di araldica.
[4]Cfr.
Pastoureau, Les Armoiries, p. 54 e 58.
[5]Cfr. ivi, p. 58.
[6]Cfr. ivi, p. 67.
[7]Ibidem.
[8]In merito alla nascita del rigore e
della precisione del linguaggio araldico v.
Brault, The emergence of the
heraldic.
[9]In merito v. Nisot, Le Droit
héraldique e Chabannes,
Le Régime juridique.
[10]La burocratizzazione dell’araldica
portò alla costituzione dell’araldica pubblica,
in contrasto con quella privata: gli
armoriali iniziarono nel XVII ad essere compilati da enti pubblici,
riconosciuti universalmente, non più da privati. È doveroso sottolineare che
con l’espressione privata si intende
anche l’azione pubblica di
cancellerie regie o pontefici: un armoriale redatto per il re d’Inghilterra
deve considerarsi privato dacché non v’è un istituto pubblico, universalmente
riconosciuto, che ne attesti il valore. Sull’argomento v. Bascapè e
Del Piazzo, Insegne e simboli.
[11]In merito v. Mathieu, Le Système
héraldique e Nassiet, Parenté, noblesse.
[12]Cfr.
Pastoureau, L'Art héraldique, p. 53.
di Giancarlo Petrella
Proprietà letteraria riservata© 2016
di Giancarlo Petrella
Proprietà letteraria riservata© 2016
Nessun commento:
Posta un commento