martedì 15 novembre 2016

Linguaggio: la sintassi

Quanto fin qui detto sui colori potrebbe inerire l’aspetto semantico dell’araldica, ma sono tuttavia le particolarità sintattiche delle sue espressioni che “impressionano” maggiormente l’orecchio profano. Infatti nella blasonatura uno scudo tutto rosso, può essere indicato solo dall’espressione di rosso pieno (de gueules plain) o, al massimo, campeggiato di rosso.[1] L’impiego di un linguaggio araldico, avente un lessico e una sintassi specifica, potrebbe comunque sia apparire una complicazione inutile, rispetto al linguaggio parlato. È bene subito comprendere che il procedimento impiegato della blasonatura, con pochi termini e con costruzioni prefissate garantisce la descrizione di stemmi assai complessi; infatti molto più complesso si rivelerebbe la descrizione d’uno stemma elaborato senza l’ausilio di un linguaggio specifico, si finirebbe o per dimenticare qualche elemento dello scudo o a non riuscire a catalogarne altri.
Sarà più tarda la trascrizione in latino della suddetta blasonatura;[2] possiamo leggere questa particolarità linguistica come l’espressione della laicità della stessa araldica: non a caso furono più tardi, come già accennavamo, gli stemmi araldici ecclesiastici.[3] La resa in latino mostrò le difficoltà di traduzione di alcuni termini e di non univocità degli stessi; qualvolta per evitarle si passò a dei prestiti, come banda per banda, fascia per fascia. Credo che ciò, questa oscillazione, vada inscritta nella peculiarità stessa dell’araldica medievale, nel suo essere fortemente variabile, nella sua instabilità.[4]
La fantasia, come vedremo, non sarà certo un elemento inerente solo a scudi irreali, anche quelli effettivamente esistiti sono stati caratterizzati dalla sensibilità dell’autore; soprattutto è negli elementi accessori (come il diaprato o il monte) che si scorgono maggiormente il gusto e le capacità tecniche dell’artista: da questi elementi sorsero vere e proprie “confusioni”.[5] Non stupisce pertanto che spesso le regole, soprattutto nel contesto duecentesco, siano delle convenzioni.[6] Sostiene Pastoureau:
La part réservée aux caprices des individus ou à la fantaisie des artistes y a toujours été grande.[7]
Per quanto concerne la sintassi, la resa latina si esprime come un abuso di proposizioni relative, laddove, nel volgare, la struttura dello stemma viene riproiettata sulla gerarchizzazione delle proposizioni; questo non può avvenire nel latino, in cui la sintassi non possiede il medesimo ordine sintattico “rigido” delle lingue romanze, ed ecco il perché il ricorso all’amplio uso delle relative.
Spesso veniva impiegata una scrittura bilingue, in cui l’elemento non facilmente traducibile era introdotto dall’espressione quod vulgo dicitur, tuttavia ciò non era propriamente una traduzione.
In ultima analisi, denuncio la particolarità che nella traduzione venivano letteralmente dimenticati le figure, i colori, le linee, ovvero tutti quei elementi essenziali per l’identificazione dello stemma. La traduzione in latino sarà più efficace, più corretta, con la maggior burocratizzazione della blasonatura (e il suo “rafforzamento” ereditario), pur se, a causa di quanto detto, la medesima traduzione sarà articolata in periodi più lunghi, rispetto all’originale in volgare. Tutto ciò può venire collocato al complicarsi delle figure degli scudi, che denuncerà una necessità maggiore di precisione nella loro descrizione.[8]
Concludo dicendo che le competenze dell’araldo non rientravano nella sfera giuridica istituzionale, né tantomeno amministrativa, esse si caratterizzarono per il loro tecnicismo: non sussiste nel Medioevo un effettivo ufficio di registro di scudi, tuttavia furono costituiti taluni elenchi, come nel caso di quello redatto per Filippo II Duca di Borgogna (1342-1404), fra gli anni 1373-1376.[9] Questa mancanza di burocratizzazione degli stemmi, in origine, giacché successivamente essi potranno essere rigorosamente resi oggetti di documenti e atti notarili,[10] non deve far illudere sulla loro reale importanza: vi furono effettive guerre causate da simboli[11] o, semplicemente, cause giuridiche in cui l’oggetto contestato era un particolare emblema, come accadde fra Richard Scrope (ca.1350-1405) e Robert Grosvenor (ca.1342-1396), sotto il regno di Riccardo II d’Inghilterra (1367-1400), che nel 1385 si presentarono al cospetto del Re, dibattendo su chi dovesse fregiarsi dello stemma d’azur à la bande d’or.[12]
[1]È uno degli studi più diffusi in diverse regioni dell’Europa, non v’è stata tuttavia un’influenza reciproca, consiste “semplicemente” nell’uso di un colore distintivo per eccellenza; esso è lo stemma del Visconte di Narbona, della famiglia Rossi di Firenze, della Diocesi di Liegi a Malines-Bruxelles (fino al XIV secolo, cfr. Galbreath, Manuel du blason, p. 90), del Canton Svitto.
[2]È il caso dei notai di Firenze del XIV secolo; v. Klapisch-Zuber e Pastoureau, Parenté et identité.
[3]Per quanto concerne l’araldica ecclesiastica v. anche Heim, Coutumes et droit héraldique e Lanza di Montezemolo e Pompili, Manuale di araldica.
[4]Cfr. Pastoureau, Les Armoiries, p. 54 e 58.
[5]Cfr. ivi, p. 58.
[6]Cfr. ivi, p. 67.
[7]Ibidem.
[8]In merito alla nascita del rigore e della precisione del linguaggio araldico v. Brault, The emergence of the heraldic.
[9]In merito v. Nisot, Le Droit héraldique e Chabannes, Le Régime juridique.
[10]La burocratizzazione dell’araldica portò alla costituzione dell’araldica pubblica, in contrasto con quella privata: gli armoriali iniziarono nel XVII ad essere compilati da enti pubblici, riconosciuti universalmente, non più da privati. È doveroso sottolineare che con l’espressione privata si intende anche l’azione pubblica di cancellerie regie o pontefici: un armoriale redatto per il re d’Inghilterra deve considerarsi privato dacché non v’è un istituto pubblico, universalmente riconosciuto, che ne attesti il valore. Sull’argomento v. Bascapè e Del Piazzo, Insegne e simboli.
[11]In merito v. Mathieu, Le Système héraldique e Nassiet, Parenté, noblesse.
[12]Cfr. Pastoureau, L'Art héraldique, p. 53.


di Giancarlo Petrella
Proprietà letteraria riservata© 2016

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