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| Stemma dei Medici |
Per calcare il connubio fra
percezione e idea, problematica indirettamente già affrontata, constatiamo che
per un certo periodo nulla era più bianco dell’oro, perché per sua natura risplende
(aureus è spesso sinonimo di candidus, di niveus; raramente di croceus,
di galbinus, giallus o luteus), e perciò
non poteva essere associato al giallo, considerato vizioso;[1]
sarà proprio l’oro ad alterare la percezione del giallo, rendendolo buono. C’è tuttavia da segnalare che
proprio durante il periodo delle crociate gli ebrei dovettero iniziare a
vestirsi di giallo, come – in genere – altri emarginati quali le prostitute e i
giullari, dunque sarà facilmente concepibile come colore peccaminoso; tuttavia,
come è ben comprensibile, queste sono delle linee guida, mai delle norme, che
inizieranno a costituirsi dopo il Medioevo.
Il colore dell’oro si costituisce quale tematica morale, non perché esso divenga esclusivamente simbolo di cupidigia (dunque della vanitas), ma a causa della sua densità, della sua saturazione assoluta che viene intesa anche come opacità, pertanto esso si configura sia come color pieno, sommamente splendente,[2] al vertice della gerarchia dei colori, luminoso e luce materializzante,[3] sia come cecità di colore, come nel caso della continua denuncia da parte di San Bernardo di Chiaravalle (1090-1153).[4]
Per comprendere quanto la
concezione del colore ne influenzi la percezione, si osservi come negli antichi
romani la presenza del blu era così fioca che spesso si è dubitato che lo
vedessero; certamente non lo percepivano (in quanto non lo concepivano) come noi – non solo perché non era presente un termine
che lo designasse, il lemma blu è di
origine germanica (blau), mentre azzurro araba (lazaward), non solo
perché i romani lo consideravano un colore “barbaro”, eccentrico, ma anche
perché nei trattati che citato il fenomeno dell’arcobaleno, non lo evocano, né
in generale nei trattati di fisica.[5]
[1]In
merito v. Pastoureau, Une histoire symbolique.
[2]«Aurum
ab aura dictum, id est a splendore quod repercusso aere plus fulgeat»; Isidorus Hispalensis, Etymologiarum, pp. 583-584.
[3]In merito v. Honorius Augustodunensis,
Luces incorporatae. Pensiamo alle
nove ragioni, numero certamente non casuale, che hanno portato secondo l’araldo
Sicille, araldo d’Alfonso V d’Aragona (1394-1458) all’impiego di gigli d’oro per lo
scudo di Francia; ovviamente le sue giustificazioni sono improprie, ma rispecchiano
pienamente i valori che questo colore poteva assurgere nel Medioevo. Infine
desidero precisare che per i suoi contemporanei non dovevano sembrare
spiegazioni erronee, se si considera che sono inserite nel contesto di un
trattato. Non a caso, lo stesso Sicille si lamentò delle imprecisioni e delle
fantasia dei poeti; cfr. Sicille, Il blasone dei colori, p. 38. Per quanto
concerne gli ordini equestri e l’araldica in Italia v. Bascapé, Gli Ordini
Cavallereschi; oltre che Convegno
sugli Ordini Cavallereschi.
[4]In merito a queste considerazioni sui
colori v. Pastoureau, L'Eglise et la couleur.
[5]In merito al blu e alla sua
percezione, con un riferimento non solo agli antichi, v. Pastoureau, Bleu.
Proprietà letteraria riservata© 2016
di Giancarlo Petrella,

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