Avendo così stabilito come gli
elementi di uno scudo possano trasformarsi in ricerche su aspetti materiali, sulla
diffusione e sulla tecnica di lavorazione impiegata, a questioni ideali,
significato e senso che racchiudono, concatenati alla percezione stessa
dell’elemento, fisso alcuni spunti linguistici per cercare di inquadrare chi è
l’araldo, tratteggiando inevitabilmente le sue competenze. Perciò è mia
intenzione soffermarci prima sulla figura dell’araldo, poi sul linguaggio
tecnico dell’araldica.
Il termine araldo
può essere ricondotto a *heriwald,
lemma germanico che indica tanto il messaggero,
quanto la guida ovvero colui che guida l’esercito, cioè il comandante; la trasposizione latina heraldus è tarda. Leggermente diversa è
l’impostazione che vede la derivazione del termine “araldica” da Herold; sostenendo che in lingua franca hari-wald
indicava il funzionario militare, un uomo di fiducia del re. Il termine blasone deriverebbe, invece, dal lemma
germanico blasen (soffiare), così che
il suonare una tromba, l’annunciare un partecipante in un torneo, avrebbe poi
caratterizzato quest’arte: la blasonatura; sussisterebbe anche la radice bla- (blapto, blasfemos in
greco; blasimare, blaterare in latino), che indicherebbe
il comunicare con evidenza.[1]
In questo contesto, non solo per ciò che concerne i termini trattati, si
colloca un interessante osservazione: il lessico araldico non viene influenzato
dal latino, né è espresso in questa lingua, sicché solo successivamente vi sarà
la trasposizione: un caso particolare in cui la lingua volgare definisce e
influenza il latino. Al di là degli interessanti spunti linguistici, questa
particolarità indica che l’araldica non nasce sotto l’egida della Chiesa, né
sotto l’influenza dei “dotti”.
L’araldo per il tramite delle
sue competenze, fornisce il nome alla propria professione, si ha così l’araldica; pur se in origine, héraldique aveva il valore di aggettivo
(l’art héraldique o la science héraldique); solo a partire dal
1830 da aggettivo, verrà reso sostantivo.[2]
La possibilità di servire cum equis et armis è
esplicitamente garantita a chiunque ne abbia i mezzi.[3]
Così come si era cavalieri non a
causa di un’appartenenza a una classe sociale predefinita, chiusa in se stessa,
ma grazie alle possibilità economiche che non solo garantivano il sostentamento
delle spese militari, ma il potersi applicare all’esercizio fisico e tecnico
finalizzato alla guerra, senza la preoccupazione del proprio mantenimento, così
non si era araldi in quanto appartenenti a una classe definita e per mezzo di
un’investitura, che sarà costituita successivamente, ma in quanto si era in
possesso sia del linguaggio tecnico specifico, grazie al quale si poteva
riconoscere e descrivere, pur da lontano e in non favorevoli condizioni
atmosferiche, gli stemmi (presso un campo militare, una giostra o un importante
evento pubblico),[4]
che di un''innata propensione agli spostamenti, rappresentando il proprio signore
e annunciando atti di guerra o ultimati di resa. Quest’ultima funzione lo
renderà quasi inviolabile: Jaillard si esprime nei termini di una caste.[5]
L’araldo era un diplomatico, ma
anche l’organizzatore degli eventi in cui si manifestavano, tenendo presente un passo di Chrétien, l’honneur e la renommée[6]; venti in cui il proprio
signore era solito partecipare, esprimendo così non solo il suo valore, viepiù,
riallacciandoci a quanto detto, la possibilità economica di dedicarsi a queste
attività: per sottolineare, almeno in origine, quanto l’araldica possa legarsi a
questioni militari, si pensi al termine armoriale,
cioè alla raccolta di stemmi e di blasonature, consistenti nella trasposizione
verbale dello stemma medesimo. Eppure – in qualche modo – non è
possibile collocare il fenomeno dell’araldica esclusivamente all’elemento
militare.[7]
A riguardo dei tornei è
possibile aggiungere che l’araldo commentava, grazie alla sua capacità di
riconoscere i cavalieri dalle proprie armi araldiche (altrimenti essi
sarebbero stati indistinguibili dalle semplici armature indossate), lo scontro
per il pubblico, per la maggior parte non costituito da nobili (spesso invece
da semplici contadini); inoltre, per riprendere il tema dell’estraneità della Chiesa ad alcune questioni araldiche, si tenga presente la sua continua
denuncia e condanna dei tornei, sancita nel 1130 col divieto assoluto da parte
di ecclesiastici di dedicarvisi: nel canone 14 del secondo Concilio
Lateranense, si legge:
Detestabiles autem illas nundinas vel ferias in quibus milites ex condicto convenire solent et ad ostentationem virium suarum et audaciae temerarie congrediuntur unde mortes hominum et animarum pericula saepe proveniunt omnino fieri interdicimus.[8]
Detestabiles autem illas nundinas vel ferias in quibus milites ex condicto convenire solent et ad ostentationem virium suarum et audaciae temerarie congrediuntur unde mortes hominum et animarum pericula saepe proveniunt omnino fieri interdicimus.[8]
Perciò sono detestabili quelle giostre
dove i cavalieri (milites),[9]
di comune accordo, per la dimostrazione di forza, di audacia (come decanta
Chrétien de Troyes) gareggiano; in cui vi può subentrare
anche la morte di uno dei concorrenti: il caso più lampante è di Enrico II di
Valois (1519-1559), che ne fu vittima, ma si ha
anche quello di Goffredo duca di Bretagna (1158-1186), figlio di Eleonora d’Aquitania (1122-1204),
che trovò la morte proprio durante un torneo. I casi appena presentati possono
essere un ottimo indizio sul reale pericolo di queste manifestazioni
agonistiche che non possono considerarsi delle semplici simulazioni, ma che definiscono
una civiltà dell’odio, velato dai canoni cortesi e dai codici cavallereschi.
Negli effettivi scontri bellici lo scopo il più delle volte era di rendere
prigioniero l'avversario, diversamente nei tornei di detronizzarlo. :
Quando si parla di cavalleria e modi cortesi si pensi solo
al fatto che le stesse armi, col trascorrere del tempo, divennero da armi di
battaglia (à outrance) ad armi cortesi
(à plaisance), ovvero spade
leggermente smussate, oppure all’asta il filo appuntito di ferro veniva
sostituito da un supporto (a sfera, a corona, a coppa) o accuratamente fasciato
così da non risultare troppo pericoloso.[10]
Quanto detto evidenzia l’incredibile valore assegnato
all’onore, a tal punto che quando gli araldi appendevano gli scudi in uno luogo
pubblico, prima di un torneo, se un cavaliere era stato disonorato gli si gettava
a terra il proprio stemma e con quel gesto, ribadisco la sua natura pubblica,
lo si squalificava dall’evento agonistico stesso.[11]
Concludo dicendo che tale comunità ideale tra i cavalieri,
espressa nei modi cortesi, è sentita come affinità dei valori, dove una
delle parole chiavi può essere reciprocità:
le città potevano essere in contrasto, persino in guerra, ma i rapporti
dovevano tutelarsi.[12]
[1]Come nel caso di Lanza e Pompili: Lanza di Montezemolo e Pompili, Manuale di araldica, p. 70.
[2]Cfr.
Pastoureau, L'Art héraldique, p. 116.
[3]Carocci,
Signorie di Mezzogiorno, p. 75. In
particolare cfr. anche Tabacco, Dinamiche sociali, p. 290.
[4]Tuttavia avverrà, nel Trecento e
successivamente, che anche per cerimonie private, come nozze e battesimi, si
ostentassero gli scudi; cfr. Bascapè e Del Piazzo, Insegne e simboli, p. 59.
[5]Cfr.
Jaillard, Les Blasons, p. 17.
[6]Cfr. Chrétien de Troyes, Le Chevalier de la charrette, vv. 5773-5792.
[7]Su quest'ultimo punto dovrò ritornarci in altri contributi.
[7]Su quest'ultimo punto dovrò ritornarci in altri contributi.
[8]Les
conciles, p. 338n.
[9]Per quanto concerne i milites e l’araldica, cfr. Genicot, L'économie rurale, passim.
[10]Cfr. Cardini,
Il guerriero e il cavaliere, ma pp.
117-118.
[11]Cfr. Bascapè
e Del Piazzo, Insegne e simboli, p. 59.
[12]In merito v. Maire Vigueur, Cavalieri
e cittadini.
di Giancarlo Petrella,
Proprietà letteraria riservata© 2016

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