lunedì 13 giugno 2016

La figura dell'araldo

Enrico IV di Polonia, Codex Manesse
Avendo così stabilito come gli elementi di uno scudo possano trasformarsi in ricerche su aspetti materiali, sulla diffusione e sulla tecnica di lavorazione impiegata, a questioni ideali, significato e senso che racchiudono, concatenati alla percezione stessa dell’elemento, fisso alcuni spunti linguistici per cercare di inquadrare chi è l’araldo, tratteggiando inevitabilmente le sue competenze. Perciò è mia intenzione soffermarci prima sulla figura dell’araldo, poi sul linguaggio tecnico dell’araldica.
Il termine araldo può essere ricondotto a *heriwald, lemma germanico che indica tanto il messaggero, quanto la guida ovvero colui che guida l’esercito, cioè il comandante; la trasposizione latina heraldus è tarda. Leggermente diversa è l’impostazione che vede la derivazione del termine “araldica” da Herold; sostenendo che in lingua franca hari-wald indicava il funzionario militare, un uomo di fiducia del re. Il termine blasone deriverebbe, invece, dal lemma germanico blasen (soffiare), così che il suonare una tromba, l’annunciare un partecipante in un torneo, avrebbe poi caratterizzato quest’arte: la blasonatura; sussisterebbe anche la radice bla- (blapto, blasfemos in greco; blasimare, blaterare in latino), che indicherebbe il comunicare con evidenza.[1] In questo contesto, non solo per ciò che concerne i termini trattati, si colloca un interessante osservazione: il lessico araldico non viene influenzato dal latino, né è espresso in questa lingua, sicché solo successivamente vi sarà la trasposizione: un caso particolare in cui la lingua volgare definisce e influenza il latino. Al di là degli interessanti spunti linguistici, questa particolarità indica che l’araldica non nasce sotto l’egida della Chiesa, né sotto l’influenza dei “dotti”.
L’araldo per il tramite delle sue competenze, fornisce il nome alla propria professione, si ha così l’araldica; pur se in origine, héraldique aveva il valore di aggettivo (l’art héraldique o la science héraldique); solo a partire dal 1830 da aggettivo, verrà reso sostantivo.[2]
La possibilità di servire cum equis et armis è esplicitamente garantita a chiunque ne abbia i mezzi.[3]
Così come si era cavalieri non a causa di un’appartenenza a una classe sociale predefinita, chiusa in se stessa, ma grazie alle possibilità economiche che non solo garantivano il sostentamento delle spese militari, ma il potersi applicare all’esercizio fisico e tecnico finalizzato alla guerra, senza la preoccupazione del proprio mantenimento, così non si era araldi in quanto appartenenti a una classe definita e per mezzo di un’investitura, che sarà costituita successivamente, ma in quanto si era in possesso sia del linguaggio tecnico specifico, grazie al quale si poteva riconoscere e descrivere, pur da lontano e in non favorevoli condizioni atmosferiche, gli stemmi (presso un campo militare, una giostra o un importante evento pubblico),[4] che di un''innata propensione agli spostamenti, rappresentando il proprio signore e annunciando atti di guerra o ultimati di resa. Quest’ultima funzione lo renderà quasi inviolabile: Jaillard si esprime nei termini di una caste.[5]
L’araldo era un diplomatico, ma anche l’organizzatore degli eventi in cui si manifestavano, tenendo presente un passo di Chrétien, l’honneur e la renommée[6]; venti in cui il proprio signore era solito partecipare, esprimendo così non solo il suo valore, viepiù, riallacciandoci a quanto detto, la possibilità economica di dedicarsi a queste attività: per sottolineare, almeno in origine, quanto l’araldica possa legarsi a questioni militari, si pensi al termine armoriale, cioè alla raccolta di stemmi e di blasonature, consistenti nella trasposizione verbale dello stemma medesimo. Eppure – in qualche modo – non è possibile collocare il fenomeno dell’araldica esclusivamente all’elemento militare.[7]
A riguardo dei tornei è possibile aggiungere che l’araldo commentava, grazie alla sua capacità di riconoscere i cavalieri dalle proprie armi araldiche (altrimenti essi sarebbero stati indistinguibili dalle semplici armature indossate), lo scontro per il pubblico, per la maggior parte non costituito da nobili (spesso invece da semplici contadini); inoltre, per riprendere il tema dell’estraneità della Chiesa ad alcune questioni araldiche, si tenga presente la sua continua denuncia e condanna dei tornei, sancita nel 1130 col divieto assoluto da parte di ecclesiastici di dedicarvisi: nel canone 14 del secondo Concilio Lateranense, si legge:
Detestabiles autem illas nundinas vel ferias in quibus milites ex condicto convenire solent et ad ostentationem virium suarum et audaciae temerarie congrediuntur unde mortes hominum et animarum pericula saepe proveniunt omnino fieri interdicimus.[8]
Perciò sono detestabili quelle giostre dove i cavalieri (milites),[9] di comune accordo, per la dimostrazione di forza, di audacia (come decanta Chrétien de Troyes) gareggiano; in cui vi può subentrare anche la morte di uno dei concorrenti: il caso più lampante è di Enrico II di Valois (1519-1559), che ne fu vittima, ma si ha anche quello di Goffredo duca di Bretagna (1158-1186), figlio di Eleonora d’Aquitania (1122-1204), che trovò la morte proprio durante un torneo. I casi appena presentati possono essere un ottimo indizio sul reale pericolo di queste manifestazioni agonistiche che non possono considerarsi delle semplici simulazioni, ma che definiscono una civiltà dell’odio, velato dai canoni cortesi e dai codici cavallereschi. Negli effettivi scontri bellici lo scopo il più delle volte era di rendere prigioniero l'avversario, diversamente nei tornei di detronizzarlo.:
Quando si parla di cavalleria e modi cortesi si pensi solo al fatto che le stesse armi, col trascorrere del tempo, divennero da armi di battaglia (à outrance) ad armi cortesi (à plaisance), ovvero spade leggermente smussate, oppure all’asta il filo appuntito di ferro veniva sostituito da un supporto (a sfera, a corona, a coppa) o accuratamente fasciato così da non risultare troppo pericoloso.[10]
Quanto detto evidenzia l’incredibile valore assegnato all’onore, a tal punto che quando gli araldi appendevano gli scudi in uno luogo pubblico, prima di un torneo, se un cavaliere era stato disonorato gli si gettava a terra il proprio stemma e con quel gesto, ribadisco la sua natura pubblica, lo si squalificava dall’evento agonistico stesso.[11]
Concludo dicendo che tale comunità ideale tra i cavalieri, espressa nei modi cortesi, è sentita come affinità dei valori, dove una delle parole chiavi può essere reciprocità: le città potevano essere in contrasto, persino in guerra, ma i rapporti dovevano tutelarsi.[12]
[1]Come nel caso di Lanza e Pompili: Lanza di Montezemolo e Pompili, Manuale di araldica, p. 70.
[2]Cfr. Pastoureau, L'Art héraldique, p. 116.
[3]Carocci, Signorie di Mezzogiorno, p. 75. In particolare cfr. anche Tabacco, Dinamiche sociali, p. 290.
[4]Tuttavia avverrà, nel Trecento e successivamente, che anche per cerimonie private, come nozze e battesimi, si ostentassero gli scudi; cfr. Bascapè e Del Piazzo, Insegne e simboli, p. 59.
[5]Cfr. Jaillard, Les Blasons, p. 17.
[6]Cfr. Chrétien de Troyes, Le Chevalier de la charrette, vv. 5773-5792.
[7]Su quest'ultimo punto dovrò ritornarci in altri contributi.
[8]Les conciles, p. 338n.
[9]Per quanto concerne i milites e l’araldica, cfr. Genicot, L'économie rurale, passim.
[10]Cfr. Cardini, Il guerriero e il cavaliere, ma pp. 117-118.
[11]Cfr. Bascapè e Del Piazzo, Insegne e simboli, p. 59.
[12]In merito v. Maire Vigueur, Cavalieri e cittadini.


di Giancarlo Petrella,
Proprietà letteraria riservata© 2016

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