giovedì 16 giugno 2016

Linguaggio araldico: i colori

Dopo aver delineato la figura dell’araldo, analizziamo il linguaggio che lo caratterizza, trattando due elementi essenziali. Il linguaggio dell’araldica, che definisce la blasonatura, possiede sia un lessico che una sintassi specifica, molto differenti dalla lingua letteraria e parlata; sarà mia intenzione mostrarne le peculiarità, fornendo un esempio lampante: i colori. In sintesi, in araldica la nomenclatura dei colori è diversa.
Pierre Coustain,
Order of the Golden Fleece, 1445,
Saint Bavo Cathedral, Gent

Nel Medioevo, per quanto concerne l’araldica, sei erano i colori fondamentali ed erano, seguendo la frequenza con cui appaiono negli stemmi, il rosso, il bianco, il giallo, il blu, il nero; successivamente si aggiungerà il verde, sulle cui difficoltà di utilizzo e delle sue ragioni ho già accennato. Ora i colori si dividono in due tipologie, il primo gruppo è formato dal bianco (argent) e dal giallo (or), il secondo dal rosso (gueules), dal nero (sable), dal blu (azur) e dal verde (sinople). Cerchiamo di comprenderne anche i nomi, ma prima do un rapidissimo accenno sulle possibili combinazioni, laddove desidero evocare il pericolo di anacronismi quando si tratta di interrogarsi sull’araldica.
Ora se il bianco viene definito col termine argent, ciò significa che, da un punto di vista della tonalità, v’è una certa oscillazione, ovvero il bianco può essere bianco, argento, grigio chiaro: non sussiste una rigorosità netta; così come il rosso può essere rosato, rosso sgargiante, rosso scuro.
Laddove non ci sono peculiari regole per ciò che concerne la tonalità del colore, ve ne sono per le combinazioni. Combinazioni possibili non infinite, percepite in maniera diversa da quelle odierne: per un uomo del Medioevo l’accostamento giallo e verde doveva essere veramente una “violenza cromatica” (per noi, i due colori sono molto prossimi), dando un effetto negativo, sicché questa combinazione rappresentava pienamente i buffoni, i giullari, gli emarginati; diversissimo sarebbe stato l’accostamento del rosso e del verde, molto frequente e flebile dal punto di vista cromatico, mentre per noi esso rappresenta un contrasto dacché si ha un colore primario con un suo complementare.
Altro elemento visivo, che ha legami con la denominazione e che porta in luce un altro pericolo di anacronismo, è il color araldico porpora, che nulla ha a che vedere col colore pregiato dei romani, né con una tonalità generale di rosso, ma è tendente più a un violetto e sarà molto più tardo rispetto a questi discorsi, cioè a partire dalla seconda metà del XIII secolo; col color porpora è possibile contare sette colori, ed è per raggiungere tale numero, secondo alcuni studiosi, che fu introdotto;[1] potrebbero essersi invece succedute ragioni più pratiche, come la possibilità di ottenere colorazioni alternative utilizzando diversi materiali.
La classifica dei colori non consiste in un elemento esclusivamente teoretico, ma si rivela un’importante norma di accostamento: non potremmo – in linea di massima – avere un leone dorato su uno stemma con sfondo bianco, ma il leone in questione potrà essere di color rosso o blu o nero o verde (fig. 1). Per gli stemmi vale la seguente regola: se il colore dell’immagine appartiene al primo gruppo, quello dello sfondo sarà del secondo, e viceversa. Pochi sono i casi attestati in cui non vale quanto detto.
Non è questa la giusta sede per comprendere le circostanze che hanno condizionato la libertà per ciò che concerne la tonalità del colore, potrebbero essere ragioni puramente empiriche, cioè dovute ai differenti materiali impiegati, che hanno portato inevitabilmente a differenze cromatiche, oppure ragioni simboliche: un simbolo è un simbolo, indipendentemente dalla resa effettiva; tuttavia se si prendono i termini che designano i colori, si scorge che essi non coincidono col nome dei colori nella lingua corrente: abbiamo l’argent per il blanc, l’or per il jaune, il gueules per le rouge, il sable per le noir, l’azur per il blue e, infine, il sinople per il vert.
Intuitivamente percepiamo che non ci debba essere stato un discorso complesso che ha portato a rappresentare l’argent il blanc, l’or il jaune e l’azur il blue; inoltre in origine, cioè nella metà del XII secolo, già esistevano questi termini e già indicavano propri i colori araldici, compreso il più “criptico” gueules. Controversa è l’origine etimologica di quest’ultimo, qualvolta si incontra nei testi letterari quale sinonimo di vermeil.
Ragioni diverse e più complesse hanno portato a utilizzare il termine sable per nero, designando in origine la bellezza e la specificità del manto dello zibellino, uno dei materiali più pregiati del Medioevo e tra i più costosi nell’importazione; successivamente questo termine designerà, prendendo spunto dal colore del manto dell’animale, il colore in sé. Si ha la radice slava *sobol, che nel passaggio nell’alto tedesco diviene zabel, in francese sabelin e, infine, sable. Dunque un’origine che va ricondotta a ragioni di natura “commerciale”, le quali ragioni hanno donato il nome a un colore chiave dell’araldica.



[1]Cfr. Meyer e Suntrup, Lexikon der mittelalterlichen, pp. 442-566.


di Giancarlo Petrella,
Proprietà letteraria riservata© 2016

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