Dopo aver delineato la figura
dell’araldo, analizziamo il linguaggio che lo caratterizza, trattando due
elementi essenziali. Il linguaggio dell’araldica, che definisce la blasonatura,
possiede sia un lessico che una sintassi specifica, molto differenti dalla
lingua letteraria e parlata; sarà mia intenzione mostrarne le peculiarità,
fornendo un esempio lampante: i colori. In sintesi, in araldica la nomenclatura
dei colori è diversa.
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Pierre Coustain,
Order of the Golden Fleece, 1445,
Saint Bavo Cathedral, Gent
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Nel Medioevo, per quanto
concerne l’araldica, sei erano i colori fondamentali ed erano, seguendo la
frequenza con cui appaiono negli stemmi, il rosso, il bianco, il giallo, il
blu, il nero; successivamente si aggiungerà il verde, sulle cui difficoltà di
utilizzo e delle sue ragioni ho già accennato. Ora i colori si dividono in due
tipologie, il primo gruppo è formato dal bianco (argent) e dal giallo (or),
il secondo dal rosso (gueules), dal
nero (sable), dal blu (azur) e dal verde (sinople). Cerchiamo di comprenderne anche i nomi, ma prima do un
rapidissimo accenno sulle possibili combinazioni, laddove desidero evocare il
pericolo di anacronismi quando si tratta di interrogarsi
sull’araldica.
Ora se il bianco viene definito
col termine argent, ciò significa
che, da un punto di vista della tonalità, v’è una certa oscillazione, ovvero il
bianco può essere bianco, argento, grigio chiaro: non sussiste una rigorosità netta;
così come il rosso può essere rosato, rosso sgargiante, rosso scuro.
Laddove non ci sono peculiari
regole per ciò che concerne la tonalità del colore, ve ne sono per le
combinazioni. Combinazioni possibili non infinite, percepite in maniera diversa
da quelle odierne: per un uomo del Medioevo l’accostamento giallo e verde doveva
essere veramente una “violenza cromatica” (per noi, i due colori sono molto
prossimi), dando un effetto negativo, sicché questa combinazione rappresentava
pienamente i buffoni, i giullari, gli emarginati; diversissimo sarebbe stato l’accostamento
del rosso e del verde, molto frequente e flebile dal punto di vista cromatico,
mentre per noi esso rappresenta un contrasto dacché si ha un colore primario
con un suo complementare.
Altro elemento visivo, che ha
legami con la denominazione e che porta in luce un altro pericolo di
anacronismo, è il color araldico porpora,
che nulla ha a che vedere col colore pregiato dei romani, né con una tonalità
generale di rosso, ma è tendente più a un violetto e sarà molto più tardo
rispetto a questi discorsi, cioè a partire dalla seconda metà del XIII secolo; col
color porpora è possibile contare sette colori, ed è per raggiungere tale
numero, secondo alcuni studiosi, che fu introdotto;[1]
potrebbero essersi invece succedute ragioni più pratiche, come la possibilità
di ottenere colorazioni alternative utilizzando diversi materiali.
La classifica dei colori non consiste
in un elemento esclusivamente teoretico, ma si rivela un’importante norma di accostamento:
non potremmo – in linea di massima – avere un leone dorato su uno stemma con
sfondo bianco, ma il leone in questione potrà essere di color rosso o blu o
nero o verde (fig. 1). Per gli stemmi vale la seguente regola: se il colore dell’immagine
appartiene al primo gruppo, quello dello sfondo sarà del secondo, e viceversa.
Pochi sono i casi attestati in cui non vale quanto detto.
Non è questa la giusta sede per
comprendere le circostanze che hanno condizionato la libertà per ciò che
concerne la tonalità del colore, potrebbero essere ragioni puramente empiriche,
cioè dovute ai differenti materiali impiegati, che hanno portato
inevitabilmente a differenze cromatiche, oppure ragioni simboliche: un simbolo è un simbolo, indipendentemente
dalla resa effettiva; tuttavia se si prendono i termini che designano i
colori, si scorge che essi non coincidono col nome dei colori nella lingua
corrente: abbiamo l’argent per il blanc, l’or per il jaune, il gueules per le rouge, il sable per le noir, l’azur per il blue e,
infine, il sinople per il vert.
Intuitivamente percepiamo che
non ci debba essere stato un discorso complesso che ha portato a rappresentare
l’argent il blanc, l’or il jaune e l’azur il blue; inoltre in
origine, cioè nella metà del XII secolo, già esistevano questi termini e già
indicavano propri i colori araldici, compreso il più “criptico” gueules. Controversa è l’origine
etimologica di quest’ultimo, qualvolta si incontra nei testi letterari quale
sinonimo di vermeil.
Ragioni diverse e più complesse
hanno portato a utilizzare il termine sable
per nero, designando in origine la bellezza e la specificità del manto dello zibellino,
uno dei materiali più pregiati del Medioevo e tra i più costosi nell’importazione;
successivamente questo termine designerà, prendendo spunto dal colore del manto
dell’animale, il colore in sé. Si ha la radice slava *sobol, che nel passaggio nell’alto tedesco diviene zabel, in francese sabelin e, infine, sable.
Dunque un’origine che va ricondotta a ragioni di natura “commerciale”, le quali
ragioni hanno donato il nome a un colore chiave dell’araldica.
[1]Cfr. Meyer e Suntrup,
Lexikon der mittelalterlichen, pp.
442-566.
di Giancarlo Petrella,
Proprietà letteraria riservata© 2016

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