venerdì 10 giugno 2016

Assenza di univocità

Jean de Luxembourg,
Grand Armorial équestre de la Toison d'Or,
Flandres, 1430-1461
Forse ancora più importante della constatazione della non semplicità in un’alterazione stilistica, tratteggiata seppur sommariamente precedentemente, è l’effettività che il linguaggio simbolico non è mai un linguaggio “isomorfico” in cui il rimando è univoco; non si attua perciò la situazione che ad una singola figura di uno stemma vi sia un solo significato. Come non è presente un linguaggio isomorfico, così le figure sono stilizzate e consistono in archetipi;[1] oppure una parte dell’immagine, la indica integralmente.
Non stupisce che nel lessico araldico, cioè nel blasone, si abbia in origine, e non solo, una fluttuazione terminologica;[2] tale linguaggio apparentemente distante dalla lingua parlata, da questa deriva e se ne differenzia in quanto non si è evoluto con la medesima costanza, risultando così più specifico.[3]
Non è raro constatare che spesso l’autore dello stemma non fosse colui che se ne fregiava, ma che questi lo ereditava, così si può comprendere come i significati simbolici dello stemma possano essere successivi allo scudo medesimo.[4] Nonostante ciò, sicuramente gli stemmi medievali rimangono, e per il contesto e per la loro “semplicità”, scudi che presentano più significati.[5] Per meglio comprendere ciò, fornirò degli esempi simbolici tratti da quel mare infinito in cui consistono i bestiari medievali. Tuttavia, per quanto possano essere analizzati i significati intrinseci, l’originale percezione e l’autentico impatto emotivo sull’uomo medievale saranno sempre per noi oscuri.[6] Qual è il messaggio autentico di chi porta lo stemma? Ciò non ci è dato sapere.[7]
Inoltre, non è lo stemma nella sua interezza a recare eventualmente un significato, ma le singole parti.[8] In questo contesto Pastoureau parla addirittura di “capacità simboliche”;[9] che devono iscriversi ovviamente in quell’universo simbolico che caratterizza e diversifica l’araldica medievale come mondo a sé;[10] ad esempio, gli stemmi risultano più “puri”, le creazioni di figure meno numerose.[11] Se si considerano queste capacità simboliche, si deve potenziare l’assunto che vede nell’araldica una sorta di scienza alchemica o esoterica.[12] Pensiamo a quanto un cambiamento simbolico politico dovesse essere leggibile, non già ermetico, tanto da manifestarsi in uno stemma;[13] perciò le considerazioni di Viel spesso si riferiscono a un’araldica troppo “esoterica”.[14]
Non solo nell’araldica, ma nella stessa simbologia medievale, la figura non esprime mai un semplice significato, potendo esserci stratificazioni e sovrapposizioni, fra loro concatenate (stratificazioni, non già esoterismo), come nel caso già citato del corvo e dell’aquila. Di quest’ultima si sostiene che riesca a vedere il sole, ovvero che riesca a penetrare il bene ed è, perciò, sommamente intelligente (laddove nel Medioevo, l’uomo di intelletto coincide con l’uomo che coglie e scruta il bene); si dice non a caso “sei un’aquila” per designare una persona di grande intelligenza.[15]
Aquila ab acumine oculorum dicitur.[16]
Recita infatti il bestiario Fisiologico latino (versio bis) del VIII secolo. Tuttavia è raro che le figure esprimano un significato univoco, in tal modo l’aquila che caccia le prede, l’aquila rapace, può essere intesa come il Cristo che scende dal cielo per scegliere chi salvare, oppure, per contrasto, il “terribile rapace di anime”, così definita nel Bestiario di Ashmole del XII secolo;[17] o ancora, così come si costituisce quale simbolo di regalità, sicché da rappresentare proprio il Sacro Romano Impero germanico – di contrasto i Guelfi utilizzeranno il leone (altro simbolo regio),[18] – può divenire l’immagine dell’orgoglio; infine, può far parte dei mostri che devono essere dominati secondo la simbologia che vede nel sovrano, successivamente anche nel Papa, il monstrorum domitor alla stregua di Ercole.[19]
A comprovare questa non univocità dei significati dei simboli, il corvo per taluni, è il caso di Gregorio Magno (540-604), esprime invece un’immagine positiva: quella del predicatore, col suo gracchiare costantemente, a guisa di un monaco vestito di nero (cioè con un colore non appariscente).[20] Continuando a percorrere questa tematica della polisemia, per il corvo,[21] come avviene per altri animali (quali il gatto e l’orso), se da un lato la specie possiede connotati negativi, dall’altro l’esemplare femmina ne possiede di positivi; in questo caso di fedeltà coniugale, laddove nel Medioevo non sussiste una tangibile differenza fra la cornacchia e il corvo, e di amore filiale.[22] O ancora: il manto nero del corvo ricorda il peccatore, reso nero dalle sue colpe e, in linea con quanto appena sostenuto, Agostino interpreta il suo gracchiare, cras cras (domani domani), come l’uomo colpevole che rimanda continuamente il giorno del pentimento.[23] A quanto detto propongo l’ipotesi che la cura personale del proprio piumaggio, già constatata dagli uomini medievali, potrebbe essere stata anche intesa come il peccatore che coltiva i propri vizi.
È qualcosa che oltrepassa le problematiche squisitamente storiche; tuttavia è bene sottolineare come nello studio dell’araldica è imprescindibile l’intuizione della forza evocativa dei simboli. È difficile comprendere i rapporti dei colori, non solo laddove non sono più sentiti come in contrasto, viepiù dove la visione del mondo è stata in parte, se non del tutto, “de-simbolizzata”. Perciò dove sussistono simboli, si tenta di comprenderli sotto un’unica concezione, come se presentassero un unico significato, perdendo così sia la molteplicità che li ha caratterizzati, sia la possibilità di comprendere società per le quali essi avevano possibili diversi significati in base, soprattutto, al contesto in cui occorrevano. La specificità evocativa dell’araldica nasce da questa forza, oltre da indubbi valori artistici e da un indiscutibile piacere antropomorfico per le immagini; forza presente senza la mediazione delle parole.
Inoltre, la simbologia araldica non può essere fatta coincidere, ed è ben precisare fin da subito, con i medesimi simboli presenti nella letteratura o nelle scienze esoteriche, come nel caso del leone che in Dante può divenire simbolo di superbia, mentre in araldica può significare giustiziapotenzafierezzacoraggio, acquistando persino dei connotati tipici della cristianità.[24]
Intendo lo studio dell’araldica nel suo essere fonte storica e dunque strumento per la comprensione di situazioni che la trascendono, ma certamente il discorso iconografico sarebbe di un valore indiscusso per la maggior comprensione di quello che si può definire gusto artistico di un’opera. Inoltre, lo stemma potrebbe intendersi nelle sue qualità materiali, cioè come oggetto fisico, e da qui si potrebbero attuare innumerevoli indagini sul materiale impiegato, sul commercio esistente. Tutte queste considerazioni devono aver fatto comprendere al lettore come l’araldica sia polivalente proprio perché lo stemma è stato un “monumento” di chi se ne fregiava, indicandone la storia, la cultura, gli ideali, la ricchezza; una biografia non scritta.



[1]Cfr. PastoureauFigures de l'héraldique, p. 62.
[2]Cfr. PastoureauLes Armoiries, p. 27n. Per quanto concerne il linguaggio araldico, in particolare cfr. ivi, pp. 64-65.
[3]Cfr. ivi, p. 55.
[4]Cfr. ivi, p. 71.
[5]Cfr. ibidem.
[6]Cfr. ivi, p. 72.
[7]Cfr. ibidem.
[8]Cfr. ibidem e p. 75.
[9]Cfr. ivi, p. 78.
[10]Cfr. ivi, p. 79.
[11]Cfr. ivi, p. 77.
[12]Cfr. ivi, p. 75.
[13]Prediamo quale esempio lo studio di De Vaivre: De Vaivre, La probable signification politique.
[14]Mi riferisco al volume VielLe origini simboliche del blasone.
[15]Sull’aquila v. PastoureauLe bestiaire des cinq sens.
[16]Il «Fisiologo» latino, p. 24.
[17]Cfr. UnterkircherBestiarium, p. 164.
[18]Cfr. PastoureauL'Art héraldique, p. 100.
[19]Cfr. Paravicini BaglianiLe chiavi e la tiara, p. 16.
[20]Cfr. PastoureauBestiari del Medioevo, p. 182. L’idea che il nero possa riferirsi a un monaco trova conferma nel considerarlo come colore dell’astinenza, della penitenza e dell’afflizione; cfr. Pastoureau, Bleupassim. Ho riscontrato la figura del corvo nella vita di San Benedetto, scritta da Gregorio Magno, ivi il corvo è presentato come un servo ubbidiente del Santo, al tal punto da salvarlo da un avvelenamento compiuto da un altro monaco: «ex vicina silva corvus venire consueverat, et panem de manu ejus accipere» (San Gregorio Magno, Vita S. Benedicti, p. 148).
[21]«Corvus nigredinem peccatorum vel dæmonum significat, ut est illud in Salomene»; rabanus MaurusDe rerum naturis, Lib. 8, Cap. 6, p. 252; nello stesso passo, per contrasto, ritornando alla traccia dell’impossibilità di un significato univoco per ciò che concerne i simboli, si legge: «Corvus Christus est in menbris eius, hoc est, sanctis, ut in Canticis canticorum». Il corvo sarà successivamente associato al cibarsi di carogne, prendiamo l’esempio di Boncompagno: cfr. Boncompagno da SignaL’assedio di Ancona, p. 118. Per quanto riguarda la figura di Boncompagno v. GoldinB come Boncompagno. Oltre che il più recente Il pensiero e l'opera di Boncompagno.
[22]Cfr. PastoureauBestiari del Medioevo, p. 183.
[23]Cfr. ivi, p. 181.
[24]Cfr. PastoureauL'Art héraldique, p. 101.


di Giancarlo Petrella,

Proprietà letteraria riservata© 2016

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