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| Jean de Luxembourg, Grand Armorial équestre de la Toison d'Or, Flandres, 1430-1461 |
Forse
ancora più importante della constatazione della non semplicità in
un’alterazione stilistica, tratteggiata seppur sommariamente precedentemente, è l’effettività che il linguaggio simbolico non è mai un linguaggio
“isomorfico” in cui il rimando è univoco; non si attua perciò la situazione che
ad una singola figura di uno stemma vi sia un solo significato. Come non è presente un linguaggio isomorfico, così le
figure sono stilizzate e consistono in archetipi;[1] oppure
una parte dell’immagine, la indica integralmente.
Non stupisce che nel lessico
araldico, cioè nel blasone, si abbia in origine, e non solo, una fluttuazione
terminologica;[2] tale
linguaggio apparentemente distante dalla lingua parlata, da questa deriva e se
ne differenzia in quanto non si è evoluto con la medesima costanza, risultando
così più specifico.[3]
Non è raro constatare che
spesso l’autore dello stemma non fosse colui che se ne fregiava, ma che questi
lo ereditava, così si può comprendere come i significati simbolici dello stemma
possano essere successivi allo scudo medesimo.[4] Nonostante
ciò, sicuramente gli stemmi medievali rimangono, e per il contesto e per la
loro “semplicità”, scudi che presentano più significati.[5] Per
meglio comprendere ciò, fornirò degli esempi simbolici tratti da quel mare
infinito in cui consistono i bestiari medievali. Tuttavia, per quanto possano
essere analizzati i significati intrinseci, l’originale percezione e
l’autentico impatto emotivo sull’uomo medievale saranno sempre per noi oscuri.[6] Qual
è il messaggio autentico di chi porta lo stemma? Ciò non ci è dato sapere.[7]
Inoltre, non è lo stemma nella
sua interezza a recare eventualmente un significato, ma le singole parti.[8] In
questo contesto Pastoureau parla addirittura di “capacità simboliche”;[9] che
devono iscriversi ovviamente in quell’universo simbolico che caratterizza e
diversifica l’araldica medievale come mondo a sé;[10] ad
esempio, gli stemmi risultano più “puri”, le creazioni di figure meno numerose.[11] Se
si considerano queste capacità simboliche, si deve potenziare l’assunto che
vede nell’araldica una sorta di scienza alchemica o esoterica.[12] Pensiamo
a quanto un cambiamento simbolico politico dovesse essere leggibile,
non già ermetico, tanto da manifestarsi in uno stemma;[13] perciò
le considerazioni di Viel spesso si riferiscono a un’araldica troppo
“esoterica”.[14]
Non solo nell’araldica, ma nella
stessa simbologia medievale, la figura non esprime mai un semplice significato,
potendo esserci stratificazioni e sovrapposizioni, fra loro concatenate (stratificazioni,
non già esoterismo), come nel caso già citato del corvo e dell’aquila. Di
quest’ultima si sostiene che riesca a vedere il sole, ovvero che riesca a
penetrare il bene ed è, perciò, sommamente intelligente (laddove nel Medioevo,
l’uomo di intelletto coincide con l’uomo che coglie e scruta il bene); si dice
non a caso “sei un’aquila” per designare una persona di grande intelligenza.[15]
Recita infatti il bestiario Fisiologico latino
(versio bis) del VIII secolo. Tuttavia è raro che le figure esprimano un
significato univoco, in tal modo l’aquila che caccia le prede, l’aquila rapace,
può essere intesa come il Cristo che scende dal cielo per scegliere chi
salvare, oppure, per contrasto, il “terribile rapace di anime”, così definita
nel Bestiario di Ashmole del XII
secolo;[17] o
ancora, così come si costituisce quale simbolo di regalità, sicché da
rappresentare proprio il Sacro Romano Impero germanico – di contrasto i Guelfi
utilizzeranno il leone (altro simbolo regio),[18] –
può divenire l’immagine dell’orgoglio; infine, può far parte dei mostri che
devono essere dominati secondo la simbologia che vede nel sovrano,
successivamente anche nel Papa, il monstrorum domitor alla
stregua di Ercole.[19]
A comprovare questa non
univocità dei significati dei simboli, il corvo per taluni, è il caso di
Gregorio Magno (540-604), esprime invece un’immagine positiva: quella del
predicatore, col suo gracchiare costantemente, a guisa di un monaco vestito di
nero (cioè con un colore non appariscente).[20] Continuando
a percorrere questa tematica della polisemia, per il corvo,[21] come
avviene per altri animali (quali il gatto e l’orso), se da un lato la specie
possiede connotati negativi, dall’altro l’esemplare femmina ne possiede di
positivi; in questo caso di fedeltà coniugale, laddove nel Medioevo non
sussiste una tangibile differenza fra la cornacchia e il corvo, e di amore
filiale.[22] O
ancora: il manto nero del corvo ricorda il peccatore, reso nero dalle sue colpe
e, in linea con quanto appena sostenuto, Agostino interpreta il suo
gracchiare, cras cras (domani domani), come l’uomo
colpevole che rimanda continuamente il giorno del pentimento.[23] A
quanto detto propongo l’ipotesi che la cura personale del proprio piumaggio,
già constatata dagli uomini medievali, potrebbe essere stata anche intesa come
il peccatore che coltiva i propri vizi.
È qualcosa che oltrepassa le
problematiche squisitamente storiche; tuttavia è bene sottolineare come nello
studio dell’araldica è imprescindibile l’intuizione della forza evocativa dei
simboli. È difficile comprendere i rapporti dei colori, non solo laddove non
sono più sentiti come in contrasto, viepiù dove la visione del mondo è stata in
parte, se non del tutto, “de-simbolizzata”. Perciò dove sussistono simboli, si
tenta di comprenderli sotto un’unica concezione, come se presentassero un unico
significato, perdendo così sia la molteplicità che li ha caratterizzati, sia la
possibilità di comprendere società per le quali essi avevano possibili diversi
significati in base, soprattutto, al contesto in cui occorrevano. La
specificità evocativa dell’araldica nasce da questa forza, oltre da indubbi
valori artistici e da un indiscutibile piacere antropomorfico per le immagini; forza presente senza la mediazione delle parole.
Inoltre, la simbologia
araldica non può essere fatta coincidere, ed è ben precisare fin da subito, con
i medesimi simboli presenti nella letteratura o nelle scienze esoteriche, come
nel caso del leone che in Dante può divenire simbolo di superbia, mentre
in araldica può significare giustizia, potenza, fierezza, coraggio,
acquistando persino dei connotati tipici della cristianità.[24]
Intendo lo studio
dell’araldica nel suo essere fonte storica e dunque strumento per la
comprensione di situazioni che la trascendono, ma certamente il discorso
iconografico sarebbe di un valore indiscusso per la maggior comprensione di
quello che si può definire gusto artistico di un’opera. Inoltre, lo
stemma potrebbe intendersi nelle sue qualità materiali, cioè come oggetto
fisico, e da qui si potrebbero attuare innumerevoli indagini sul materiale
impiegato, sul commercio esistente. Tutte queste considerazioni devono aver
fatto comprendere al lettore come l’araldica sia polivalente proprio perché lo
stemma è stato un “monumento” di chi se ne fregiava, indicandone la storia, la
cultura, gli ideali, la ricchezza; una biografia non scritta.
[2]Cfr. Pastoureau, Les Armoiries,
p. 27n. Per
quanto concerne il linguaggio araldico, in particolare cfr. ivi, pp.
64-65.
[20]Cfr. Pastoureau, Bestiari del
Medioevo, p. 182. L’idea che il nero possa riferirsi a un monaco trova
conferma nel considerarlo come colore dell’astinenza, della penitenza e
dell’afflizione; cfr. Pastoureau, Bleu, passim.
Ho riscontrato la figura del corvo nella vita di San Benedetto, scritta da
Gregorio Magno, ivi il corvo è presentato come un servo ubbidiente del Santo,
al tal punto da salvarlo da un avvelenamento compiuto da un altro monaco: «ex vicina silva corvus venire consueverat, et
panem de manu ejus accipere» (San
Gregorio Magno, Vita S. Benedicti, p. 148).
[21]«Corvus nigredinem peccatorum vel dæmonum
significat, ut est illud in Salomene»; rabanus Maurus, De rerum naturis, Lib. 8, Cap.
6, p. 252; nello stesso passo, per contrasto, ritornando alla traccia
dell’impossibilità di un significato univoco per ciò che concerne i simboli, si
legge: «Corvus Christus est in menbris
eius, hoc est, sanctis, ut in Canticis canticorum». Il corvo sarà
successivamente associato al cibarsi di carogne, prendiamo l’esempio di
Boncompagno: cfr. Boncompagno
da Signa, L’assedio di Ancona, p. 118. Per
quanto riguarda la figura di Boncompagno v. Goldin, B come Boncompagno. Oltre che il più
recente Il pensiero e l'opera di Boncompagno.

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