Assodato il cambiamento di
prospettiva nello studio dell’araldica e l’assenza di univocità nella
simbologia medievale, non solo in riferimento al blasone (descrizione tecnica
dello scudo), cerchiamo nello specifico di comprendere che cosa possa essere
una ricerca araldica non inerente necessariamente uno stemma, ma – nel presente
caso – un colore: il verde; dimostrando come partendo da un colore il discorso
divenga più ampio.
Seguendo la scia che vede l’analisi di un profondo cambiamento,
partendo dalla denuncia di un piccolo particolare, e constatando che nell’araldica
possono rientrare le questioni concernenti il colore, la non presenza del verde
– nell’Europa medievale tra l’XI e il XII secolo – può essere interpretata o come
la decisione di non utilizzare un colore troppo familiare, dacché ovunque
l’uomo poteva osservare il verde (estese foreste lo circondavano) o, seguendo
l’impostazione che vede la nascita degli stemmi per l’identificazione in
battaglia delle truppe militari,[1]
della poca praticità di un colore di facile mimetizzazione su sfondi vegetali, oppure,
in quanto colore dell’Islam, la ferma decisione di non utilizzarlo ed ancora,
questa scelta, può essere semplicemente interpretata come la constatazione
della difficile reperibilità ed elaborazione, da parte degli artisti e degli
artigiani, di questo colore per tinteggiare tessuti o materiali di qualsiasi
sorta.[2]
Dall’araldica non possono esularsi le questioni materiali, cioè le problematiche inerenti la tecnica di lavorazione dei tessuti, degli oggetti, degli strumenti, in cui sono presenti gli stemmi; né si possono scindere da essa i problemi inerenti la diffusione che certamente, oltre che a questioni ideologiche, rimandano a questioni logistiche. È interessante pur notare come l’araldica fornisca anche un ottimo metodo per la datazione dei reperti archeologici.[3] Riflettiamo su come uno stemma raffigurato in un dato manoscritto fornisca un dato cronologico tangibile, se si conosce quando si è iniziato a fregiarsi del suddetto stemma.[4] Pastoureau a riguardo si esprime in questi termini:
La diffusion géographique et sociale s’accompagne d’une diffusion matérielle: les armoiries ornent de plus en plus d’objets, d’étoffes, de vêtements, d’œuvres d’art, de documents et de monuments, sur lesquels elles remplissent un rôle triple: signe d’identité; marques de commande ou de possession; motifs ornementaux.[5]
Dall’araldica non possono esularsi le questioni materiali, cioè le problematiche inerenti la tecnica di lavorazione dei tessuti, degli oggetti, degli strumenti, in cui sono presenti gli stemmi; né si possono scindere da essa i problemi inerenti la diffusione che certamente, oltre che a questioni ideologiche, rimandano a questioni logistiche. È interessante pur notare come l’araldica fornisca anche un ottimo metodo per la datazione dei reperti archeologici.[3] Riflettiamo su come uno stemma raffigurato in un dato manoscritto fornisca un dato cronologico tangibile, se si conosce quando si è iniziato a fregiarsi del suddetto stemma.[4] Pastoureau a riguardo si esprime in questi termini:
La diffusion géographique et sociale s’accompagne d’une diffusion matérielle: les armoiries ornent de plus en plus d’objets, d’étoffes, de vêtements, d’œuvres d’art, de documents et de monuments, sur lesquels elles remplissent un rôle triple: signe d’identité; marques de commande ou de possession; motifs ornementaux.[5]
[1]È interessante constatare che le
uniformi militari, e dunque la specificità di contraddistinguere in toto le
truppe, verranno riutilizzate (dacché in uso presso i romani) a partire dal
XVII secolo. Prima di allora, alla fine del XI secolo, potevano essere cuciti
dei segni distintivi, quali la croce, sui vestiti dei soldati. Sull’insegne
militari e l’araldica v. Adam-Even,
Les enseignes militaires.
[2]Sul verde vedasi la monografia
specifica di Pastoureau: Pastoureau,
Vert.
[3]Senza entrare nel merito, evoco
l’impiego da parte di Gaetano Ballardini dell’araldica come strumento di datazione per
un broccale di maiolica arcaica, collocandolo con il cardinale Egidio Albornoz,
in un periodo che certamente non veniva interrogata l’araldica come fonte
storica e per la datazione dei reperti; cfr. Ballardini,
Di un boccale arcaico, pp. 12-14.
Tuttavia ben ricordava Dalla Torre come l’araldica fosse non solo un valido
sostegno per lo studio delle genealogie, viepiù una fonte per la ricerca storica,
laddove non ve ne fossero altre; è il caso – ripercorrendo la traccia di Dalla
Torre – del conte Ugolino il quale fu governatore della Sardegna per conto di Pisa, ciò lo si dedurrebbe grazie al
ritrovamento del suo stemma in queste terre; cfr. Dalla Torre, Araldica
ecclesiastica. Sull’araldica e la
datazione cfr. Pastoureau, Les Armoiries, pp. 66-81.
[4]Cfr.
Pecqueur, Service héraldique. Per
quanto concerne lo studio dell’araldica e dei manoscritti v. Gras, Aux origines de l'héraldique.
[5]Pastoureau,
L'Art héraldique, p. 45.
di Giancarlo Petrella,
Proprietà letteraria riservata© 2016

Nessun commento:
Posta un commento