sabato 11 giugno 2016

Un romanzo "araldico"

Bibliothèque nationale de France, manuscrits, n.115, f.355
È mia intenzione dare maggiore spazio alle fonti dirette, cioè alle rappresentazioni effettive degli stemmi insieme al linguaggio specifico, piuttosto che limitarci a ripresentare differenti teorie o sterili elenchi di studi che oso definire obsoleti per la maggior parte, con approcci anacronistici, fuorvianti o, semplicemente, compilativi. Non desidero perciò ripetere meccanicamente schemi e formule, le medesime che denunciò Ferruzzi.[1]
Una delle prime fonti di araldica – siamo nel 1180 – è certamente il romanzo Le Chevalier de la charrette di Chrétien de Troyes (1135-ca.1185), in cui sono presenti una cinquantina di stemmi,[2] ivi si legge:
Voyez-vous ce chevalier qui porte un écu rouge traversé par une bande d’or? C’est Governal de Roberdic. Et celui a placé côte à côte dans son écu une aigle et un dragon? C’est le fil du roi d’Aragon: il est venu ici conquérir honneur et renommée. Et son voisin, qui s’élance au galop et combat si bien, le voyez-vous? Il porte un écu parti de vair et d’azur, avec un léopard sur le vair. C’est le bel Ignaures, aimé des dames, bourreau des cœurs. Et cet autre à l’écu où sont peints deux faisans bec à bec? C’est Coguillant de Mautirec.[3]
Ciò che subito si constata leggendo questo passo è come la descrizione dell’araldo, di colui che proferisce tali parole, sia essenziale, musicale e univoca. L’essenzialità, che pur potrebbe avere ragioni estetiche, va soprattutto cercata nella praticità, nella peculiarità che pochissime parole individuano altrettanti elementi e che debbano descrivere rapidamente, senza esitazioni ed errori, lo stemma, per l’identificazione del cavaliere.
Non è mia intenzione approfondire la problematica, ma nel passo riportato v’è un’importante linea guida su come debba essere uno scudo: semplice, dacché se il suo aspetto fosse troppo complesso, si perderebbe facilmente il suo valore identificativo, dunque la semplicità non è una questione solo di gusto. Proprio su questa specificità, Jaillard riporta tutti gli elementi stilistici-estetici, che possono essere intesi come regole per la composizione dello stemma, a questioni di visibilità, di individuazione: cosicché grazie alla scelta dei contrasti di colori, viene giustificata esclusivamente dalla visibilità degli scudi;[4] ciò non è del tutto fuorviante, ma non è sufficiente[5] e ritengo che sia essenziale soprattutto l’elemento percettivo, cioè il connubio inscindibile fra le idee e le concezioni dei colori e il modo con cui vengono percepite, oltre che l’importanza fondamentale delle questioni tecniche e della reperibilità dei materiali. I miei discorsi vertono sui colori in quanto elementi fondamentali degli stemmi araldici.[6]
Su quest'ultimo punto, quasi a suggellare il piccolo intervento sul verde, porto come esempio l’impiego del rosso, colore facilmente ottenibile dai tintori medievali, che lo potevano ricavare dalla murice (conchiglia rara di provenienza egizia e palestinese), dalla rubia tinctorum (la robbia domestica), dal kermes, dal cocco ilicis (insetto essiccato, diffuso nel Mediterraneo e nell’estremo Oriente). La problematica potrebbe essere così sintetizzata: la facilità della reperibilità di questo colore ne ha garantito il largo impiego? Oppure, il fatto che si distingua maggiormente dagli altri, finalità indiscussa dell’araldica, ne ha giustificato l’ampio uso? Sono interrogativi la cui risposta potrebbe non essere univoca, come già abbiamo sperimentato quando si tratta di figure di stemmi.



[1]Cfr Ferruzzi, I caratteri storici dell’araldica, p.1046.
[2]Cfr. Pastoureau, Les Armoiries, p. 79.
[3]Chrétien de Troyes, Le Chevalier de la charrette, vv. 5773-5792.
[4]In merito v. Jaillard, Les Blasons.
[5]Cfr. Pastoureau, Figures de l'héraldique, p. 48.
[6]Cfr. Pastoureau, Les Armoiries, p. 50 e cfr. Pastoureau, Figures de l'héraldique, p. 49.


di Giancarlo Petrella,
Proprietà letteraria riservata© 2016

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