Ho deciso di iniziare la mia perlustrazione della famiglie fiorentine partendo dai Donati i quali si
fregerebbero dello stemma: D’argent au chef de gueules. Ora, da un punto di vista squisitamente estetico, questo
stemma si contraddistingue per la sua semplicità, non inusuale per un periodo
che vede l’araldica ai suoi esordi.[1]
Gli stemmi medievali sono i più semplici come è facilmente ipotizzabile e hanno
massimo due mobili, due figure[2]
– sarà successiva la loro complicazione, complicazione dovuta al fatto che
nello stemma risiede la memoria dell’entità che se ne fregia (matrimoni, alleanze,
ascendenze); è in questa situazione che si colloca il blasone, che con la
propria univocità permette di descrivere qualsiasi scudo araldico.
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| Stemma dei Donati: D’argent au chef de gueules[3] |
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| Stemma dei Donati:da Chiostro degli Avelli in Santa Maria Novella (Firenze) |
A Firenze, al termine del XIII secolo,
l’uso dei singoli scudi non è ancora standardizzato e definito, e ciò spiega le
varianti che si possono riscontrare nelle riproduzioni: quello che in origine è
un chef (capo), stando a quanto
riporta l’Armoriale 1302, diviene una
coupé (troncato) nello stemma
scolpito a Santa Maria Novella; ovvero la linea che divide
orizzontalmente lo scudo, invece di divederlo all’altezza di un terzo, lo
divide a metà: la libertà dell’artista è maggiore rispetto ai secoli
successivi.
Altra peculiarità dello stemma dei Donati è proprio la sua presenza in un luogo
pubblico, in contrasto con la prassi comunale che prevedeva che le famiglie non
ostentassero i propri scudi; ciò sia per ragioni religiose (più efficacemente
sintetizzabile col concetto di vanagloria),[4]
ma soprattutto per non voler sottomettere “visivamente” la città e vincolarla a
una famiglia specifica.[5]
Quanto detto va compreso avendo come sfondo storico la lotta contro i magnati
da parte dei partiti popolari.
Sintetizzando, l’araldica si diffuse nell’Italia comunale
quasi in maniera naturale, per quanto concerne quella civica, ma fu oggetto di
dispute per quella privata; questa formula si adotterebbe per il caso fiorentino,
perché per quanto riguarda Roma è quasi il contrario ovvero è la presenza
costante dell’araldica privata, non di quella pubblica, a delineare il “profilo
araldico” della città.
Ho riportato lo stemma dei Donati anche scolpito, il quale ci fornisce spunti di
riflessione su quello che potrei definire questione
di tecnica. Proprio sulla tecnica, per sottolineare i limiti della
raffigurazione degli stemmi, tratto molto brevemente della ceramica, elemento
artistico in cui questo discorso è più evidenziabile. Come è risaputo, la
ceramica, oltre che in un indiscusso strumento di datazione, consiste in un
indice del modus vivendi di un determinato periodo storico. Si consideri, comunque
sia, che la data di fabbricazione di un oggetto non coincide esattamente con la
data di creazione dello stemma; tuttavia vanno entrambi annessi al contesto
della moda, del gusto dell’epoca, di cui ho già accennato.[6]
Con la diffusione dell’araldica, non poteva la ceramica non esserne
influenzata.
Nel contesto della ceramica bisogna sottolineare alcuni limiti: gli artisti non possedevano tutta la tavola dei sette colori araldici canonici (l’argentato, il dorato, il nero, il rosso, il blu, il verde, il viola) per ciò che concerne la riproduzione dello scudo. Qui è possibile collocare un interessante confronto fra le esigenze cromatiche, i limiti intrinseci dello stesso supporto (la fragilité des matières)[7] e l’impossibilità tecnica di poter padroneggiare i colori richiesti.
C’è un’altra peculiarità che bisogna tener presente quando si analizzano gli stemmi comunali: è il rimando che essi costituiscono col concetto di proprietà.[8] Porre uno stemma su un edificio, come anche su variegate merci, viene concepito come un marchio: tale prassi viene riportata da Giordano da Pisa agli inizi del Trecento.[9] Potrebbe essere stata questa una delle ragioni del depotenziamento della presenza degli scudi familiari nei luoghi civici?
I Donati probabilmente non sono stati mai dei signori feudali, ma certamente furono una famiglia in vista, di un’elevata ricchezza fondiaria, già a partire dall’XI secolo; ricchezza che si manifesta nella fondazione di enti di beneficenza. Si ha così la costruzione di un ospedale presso Fulceraco (zona di Firenze che ora si chiama Borgo Pinti, ma che all’epoca dei nostri fatti era situata fuori della città) da parte di Fiorenzo, detto il Barone nel 1065.[10] Come è ben risaputo e ampiamento accertato, in quel periodo la ricchezza non veniva più ostentata per il tramite di una tesaurizzazione, ma “investita”, soprattutto nell’edilizia pubblica; si consideri solo quell’immane fenomeno che fu la diffusione di torri civiche che delinearono l’aspetto di molti comuni italiani. Tale ospedale, sottoposto all’abbazia di San Paolo di Razzuolo in Valdisieve, fu denominato San Paolo di Pinti, nome indicante la locazione.[11]
Pazzo di Fiorenzo Baroni, erede del primo Fiorenzo, acquistò nel 1159 delle terre che donò all'ospedale di San Pier Maggiore; sarà nel 1165 che Donato figlio di Pazzo, comprerà altri terreni per donarli all'ente di beneficenza.[12] L’influenza della famiglia veniva ostentata anche nel restauro, o più in generale nella cura, di edifici ecclesiastici di loro patronato; nel caso dei Donati si tratterebbe delle chiese di Girone e Quintole.[13]
Tuttavia non c’è da stupirsi se le zone di influenza non presentassero una demarcazione così accentuata, né se in un dato territorio, sottoposto a una certa famiglia, un’altra potesse iniziare a costituire la propria forma egemonica. È il caso dei Cerchi, il cui luogo di origine è da ricercare proprio presso Acone,[14] sotto l’influenza dei Donati.
Rievocando le vicende di inizio Duecento, i Donati furono certamente protagonisti della vita politica e sociale di Firenze; Guelfi e perciò una parte di loro preferì esiliarsi dopo la vittoria ghibellina di Montaperti (1260). A causa di questa sconfitta, furono distrutti alcuni dei loro edifici come per gli Alberighi presso Santa Maria degli Alberighi, chiesa distrutta,[15] e, probabilmente, ciò accade anche per i possedimenti presso le campagne di San Piero (Quintole). Una medesima sorte toccherà ai loro “consorti” Uccellini, i cui immobili presso il popolo di San Piero Maggiore in Pinti,[16] sia fuori che dentro le mura, riportarono gravi danni. Coronamento di questo fatto sarà la restituzione, dopo la battaglia di Benevento (1266), tramite un risarcimento dei beni da parte degli avversari; furono poi questi ultimi a prendere la via dell’esilio.
Un tentativo di pacificazione fra i casati opposti fu tentato tramite matrimoni, Malespini (ca.1220-ca.1290) ci informa che «Messer Simone Donati diede per moglie la figliuola a Nerozo de gli Uberti».[17] Ciò ovviamente fu lungi da rendere Firenze una città “tranquilla”, vinti i Ghibellini, e in esilio, la rivalità nacque proprio nel partito guelfo. I cronisti parlano così di famiglie ingrassate[18] sopra i possedimenti dei Ghibellini stessi. Un’inimicizia sorse da parte dei Donati verso i dei Pazzi di Firenze, che potrebbero tuttavia essere appartenuti al medesimo ceppo. Il cardinal Latino attuò una pacificazione fra queste famiglie,[19] le paci “private” precedettero quella pubblica del 1280, nella quale alcuni Donati furono expromissores della leale osservanza dei patti.
La decadenza dei Donati avvenne nel Trecento, segnata prima col rientro dall’esilio (1268) e si concluse con la morte di messer Corso ucciso secondo la leggenda nel 1308 presso l’abbazia di San Salvi;[20] probabilmente mentre cercava rifugio fra qualche edificio di atavica proprietà. Vi fu soprattutto una decadenza morale, a detta dei cronisti; non a caso messer Simone avrebbe furato l’eredità dello zio Buoso di Vinciguerra, con inganni,[21] con la complicità di Gianni Schicchi, ricordato da Dante.[22] Ladri, stando a quando sostiene il Poeta, furono messer Cianfa (sconosciuta-ante1289)[23] e Forese di messer Simone (piuvico ladron).[24] Usurpatore di beni pubblici e privati fu messer Corso di messer Simone («con l’animo sempre intento a mal fare»).[25] Donati divennero così i Malefami.[26]
Un cavaliere della somiglianza di Catelina romano, ma più crudele di lui, gentile di sangue, bello del corpo, piacevole parlatore, addorno di belli costumi, sottile d'ingegno, coll'animo sempre intento a mal fare, col quale molti masnadieri si raunavano, e gran séguito avea, molte arsioni e molte ruberie fece fare, e gran dannaggio a' Cerchi e a' loro amici; molto avere guadagnò, e in grande altezza salì. Costui fu messer Corso Donati, che per sua superbia fu chiamato il Barone; che quando passava per la Terra, molti gridavano: viva il Barone; e parea la Terra sua.[27]
Quel Corso Donati che, seguendo Dante:
Nel contesto della ceramica bisogna sottolineare alcuni limiti: gli artisti non possedevano tutta la tavola dei sette colori araldici canonici (l’argentato, il dorato, il nero, il rosso, il blu, il verde, il viola) per ciò che concerne la riproduzione dello scudo. Qui è possibile collocare un interessante confronto fra le esigenze cromatiche, i limiti intrinseci dello stesso supporto (la fragilité des matières)[7] e l’impossibilità tecnica di poter padroneggiare i colori richiesti.
C’è un’altra peculiarità che bisogna tener presente quando si analizzano gli stemmi comunali: è il rimando che essi costituiscono col concetto di proprietà.[8] Porre uno stemma su un edificio, come anche su variegate merci, viene concepito come un marchio: tale prassi viene riportata da Giordano da Pisa agli inizi del Trecento.[9] Potrebbe essere stata questa una delle ragioni del depotenziamento della presenza degli scudi familiari nei luoghi civici?
I Donati probabilmente non sono stati mai dei signori feudali, ma certamente furono una famiglia in vista, di un’elevata ricchezza fondiaria, già a partire dall’XI secolo; ricchezza che si manifesta nella fondazione di enti di beneficenza. Si ha così la costruzione di un ospedale presso Fulceraco (zona di Firenze che ora si chiama Borgo Pinti, ma che all’epoca dei nostri fatti era situata fuori della città) da parte di Fiorenzo, detto il Barone nel 1065.[10] Come è ben risaputo e ampiamento accertato, in quel periodo la ricchezza non veniva più ostentata per il tramite di una tesaurizzazione, ma “investita”, soprattutto nell’edilizia pubblica; si consideri solo quell’immane fenomeno che fu la diffusione di torri civiche che delinearono l’aspetto di molti comuni italiani. Tale ospedale, sottoposto all’abbazia di San Paolo di Razzuolo in Valdisieve, fu denominato San Paolo di Pinti, nome indicante la locazione.[11]
Pazzo di Fiorenzo Baroni, erede del primo Fiorenzo, acquistò nel 1159 delle terre che donò all'ospedale di San Pier Maggiore; sarà nel 1165 che Donato figlio di Pazzo, comprerà altri terreni per donarli all'ente di beneficenza.[12] L’influenza della famiglia veniva ostentata anche nel restauro, o più in generale nella cura, di edifici ecclesiastici di loro patronato; nel caso dei Donati si tratterebbe delle chiese di Girone e Quintole.[13]
Tuttavia non c’è da stupirsi se le zone di influenza non presentassero una demarcazione così accentuata, né se in un dato territorio, sottoposto a una certa famiglia, un’altra potesse iniziare a costituire la propria forma egemonica. È il caso dei Cerchi, il cui luogo di origine è da ricercare proprio presso Acone,[14] sotto l’influenza dei Donati.
Rievocando le vicende di inizio Duecento, i Donati furono certamente protagonisti della vita politica e sociale di Firenze; Guelfi e perciò una parte di loro preferì esiliarsi dopo la vittoria ghibellina di Montaperti (1260). A causa di questa sconfitta, furono distrutti alcuni dei loro edifici come per gli Alberighi presso Santa Maria degli Alberighi, chiesa distrutta,[15] e, probabilmente, ciò accade anche per i possedimenti presso le campagne di San Piero (Quintole). Una medesima sorte toccherà ai loro “consorti” Uccellini, i cui immobili presso il popolo di San Piero Maggiore in Pinti,[16] sia fuori che dentro le mura, riportarono gravi danni. Coronamento di questo fatto sarà la restituzione, dopo la battaglia di Benevento (1266), tramite un risarcimento dei beni da parte degli avversari; furono poi questi ultimi a prendere la via dell’esilio.
Un tentativo di pacificazione fra i casati opposti fu tentato tramite matrimoni, Malespini (ca.1220-ca.1290) ci informa che «Messer Simone Donati diede per moglie la figliuola a Nerozo de gli Uberti».[17] Ciò ovviamente fu lungi da rendere Firenze una città “tranquilla”, vinti i Ghibellini, e in esilio, la rivalità nacque proprio nel partito guelfo. I cronisti parlano così di famiglie ingrassate[18] sopra i possedimenti dei Ghibellini stessi. Un’inimicizia sorse da parte dei Donati verso i dei Pazzi di Firenze, che potrebbero tuttavia essere appartenuti al medesimo ceppo. Il cardinal Latino attuò una pacificazione fra queste famiglie,[19] le paci “private” precedettero quella pubblica del 1280, nella quale alcuni Donati furono expromissores della leale osservanza dei patti.
La decadenza dei Donati avvenne nel Trecento, segnata prima col rientro dall’esilio (1268) e si concluse con la morte di messer Corso ucciso secondo la leggenda nel 1308 presso l’abbazia di San Salvi;[20] probabilmente mentre cercava rifugio fra qualche edificio di atavica proprietà. Vi fu soprattutto una decadenza morale, a detta dei cronisti; non a caso messer Simone avrebbe furato l’eredità dello zio Buoso di Vinciguerra, con inganni,[21] con la complicità di Gianni Schicchi, ricordato da Dante.[22] Ladri, stando a quando sostiene il Poeta, furono messer Cianfa (sconosciuta-ante1289)[23] e Forese di messer Simone (piuvico ladron).[24] Usurpatore di beni pubblici e privati fu messer Corso di messer Simone («con l’animo sempre intento a mal fare»).[25] Donati divennero così i Malefami.[26]
Un cavaliere della somiglianza di Catelina romano, ma più crudele di lui, gentile di sangue, bello del corpo, piacevole parlatore, addorno di belli costumi, sottile d'ingegno, coll'animo sempre intento a mal fare, col quale molti masnadieri si raunavano, e gran séguito avea, molte arsioni e molte ruberie fece fare, e gran dannaggio a' Cerchi e a' loro amici; molto avere guadagnò, e in grande altezza salì. Costui fu messer Corso Donati, che per sua superbia fu chiamato il Barone; che quando passava per la Terra, molti gridavano: viva il Barone; e parea la Terra sua.[27]
Quel Corso Donati che, seguendo Dante:
[…] quei che più n’ha colpa,
vegg’ïo a coda d’una bestia
tratto
inver’ la valle ove mai non si scolpa.
La bestia ad ogne passo va più ratto,
crescendo sempre, fin ch’ella il percuote
e lascia il corpo vilmente disfatto.[28]
Siamo nel 1282, e come è ben
risaputo Firenze ebbe un nuovo assetto politico, “democratico”
(per quanto non fosse certamente una democrazia effettiva dacché escludeva
molti individui da qualsiasi partecipazione all’assetto istituzionale) con
l’istituzione del priorato, riservato agl’iscritti alle Arti; i Donati si rifiutarono di parteciparci, rimarcando
l’ideologia dell’alterigia cavalleresca.
Al termine del Duecento, vi fu un avvenimento che segnerà la
storia di Firenze e più in generale della Toscana: la nascita
della scissione fra Guelfi Bianchi e Guelfi Neri. .
Queste due parti Neri, e Bianchi
nacquono da una famiglia, che si chiamava Cancellieri, che si divise: perchè
alcuni più congiunti si chiamarono Bianchi, e gli altri Neri, e così fu divisa
tutta la città.[29]
Per quanto il bianco e il nero abbiano un peso simbolico incredibile, e fossero dei colori onnipresenti nella cultura medievale, lo stesso nero, non doveva presentare necessariamente connotati negativi, la scelta cromatica del bianco e del nero sarebbe scaturita – seguendo una certa vulgata – dal voler semplicemente differenziare la parte giovane da quella vecchia, avente cioè i capelli bianchi.[30] Presupponendo che quanto venisse scritto fosse credibile, è da notarsi come un “lettore medievale” riuscisse a individuare elementi simbolici assodati e scelte puramente casuali, in questo caso dettate dalla differenza cronologia dei due schieramenti.
Come è ben risaputo, qui si iscrivono le vicende più personali e intime di Dante: i Donati capeggiavano la fazione dei Neri contro i Bianchi, di cui facevano parte i Cerchi e il Poeta, condannato perciò al lungo esilio. Con la morte di Corso Donati, prima accennata, si eclissò la famiglia, certamente non immediatamente, ma in maniera inarrestabile.
Per quanto il bianco e il nero abbiano un peso simbolico incredibile, e fossero dei colori onnipresenti nella cultura medievale, lo stesso nero, non doveva presentare necessariamente connotati negativi, la scelta cromatica del bianco e del nero sarebbe scaturita – seguendo una certa vulgata – dal voler semplicemente differenziare la parte giovane da quella vecchia, avente cioè i capelli bianchi.[30] Presupponendo che quanto venisse scritto fosse credibile, è da notarsi come un “lettore medievale” riuscisse a individuare elementi simbolici assodati e scelte puramente casuali, in questo caso dettate dalla differenza cronologia dei due schieramenti.
Come è ben risaputo, qui si iscrivono le vicende più personali e intime di Dante: i Donati capeggiavano la fazione dei Neri contro i Bianchi, di cui facevano parte i Cerchi e il Poeta, condannato perciò al lungo esilio. Con la morte di Corso Donati, prima accennata, si eclissò la famiglia, certamente non immediatamente, ma in maniera inarrestabile.
[1]Cfr. L'arme segreta, passim;
v. anche Dallari, Motti araldici, p. 8. Questa semplicità
può portare anche a una certa forma di anonimato; in merito v. Hablot, Entre pratique militaire.
[2]Cfr.
Pastoureau, Figures de l'héraldique, p. 53.
[3]Armi
di Firenze, Città, terre e Castelli, e Famiglie fiorentine, sec. XVIII,
Firenze, Archivio di Stato,
manoscritti, n. 471, (la lettera e il numero che seguono riportano la
numerazione interna al codice), C310.
[4]In merito v. Donato, "Ogni
cosa è pieno d’arme".
[5]Cfr.
Pastoureau, L'Art héraldique, p. 131.
[6]Cfr.
Pastoureau, Les Armoiries, p. 69.
[7]Ivi,
p. 50.
[8]Cfr. ivi, p. 32.
[9]Giordano
da Rivalto, Prediche del beato,
p. 310.
[10]Cfr. Lucarella,
Spedali e ospedali, pp.
127-128.
[11]Cfr.
Tombaccini, Florence and its hospitals, p. 116.
[12]Cfr. Artusi
e Patruno, Gli antichi ospedali di Firenze, p. 316.
[13]Per quanto riguarda le chiese al
Girone, v. Rinaldi, Firenze romanica. Per quanto riguarda il
possedimento dei Donati a Quintole: cfr. Carocci,
I contorni di Firenze, p. 8.
[14]Cfr. Dante
Alighieri, La Divina Commedia, Par.
XVI, v. 65.
[15]Cfr. Giovanni
Villani, Nuova Cronica, V, §11.
[16]Cfr. ivi, IX, §49.
[17]Ricordano
Malespini, Historia antica,
cap.CLXXXV.
[18]Cfr. Giovanni
Villani, Nuova Cronica, VII, §86.
[19]Cfr. ivi, VIII, §56.
[20]Cfr. Piccioli,
I fatti principali, p.147
[21]Cfr. Dante
Alighieri, La Divina Commedia, Inf.
XXX, vv. 40-45.
[22]Cfr. ivi, vv. 22-48.
[23]Cfr. ivi, Inf. XXV, v. 43.
[24]Dante
Alighieri, Rime, p. 228, v. 8
(tenzone fra Dante e Forese Donati). C’è da precisare che nel
Purgatorio, probabilmente a causa di una visione più ampia dell’uomo, Dante
rivaluta questa figura, mi riferisco ai canti XXIII e XXIV.
[25]Dino
Compagni, Cronica delle cose
occorrenti, p.478.
[26]Cfr. Giovanni
Villani, Nuova Cronica, IX, 39.
[27]Dino
Compagni, Cronica delle cose
occorrenti, p. 478.
[28]Dante
Alighieri, La Divina Commedia,
Pur. XXIV, vv. 82-87.
[29]Dino
Compagni, Cronica delle cose
occorrenti, p. 471.
[30]Cfr. ivi.
[31]Ivi,
p. 217.
[32]Cfr Macci
e Orgera, Architettura e civiltà, p. 75.
di Giancarlo Petrella,
Proprietà letteraria riservata© 2016



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