Fra i molteplici fenomeni che hanno caratterizzato il Duecento, l’araldica fornisce interessanti spunti di riflessione, laddove non venga considerata con parametri ottocenteschi. Se lo studio del Medioevo nel suo complesso, e nei singoli aspetti, in questi ultimi decenni ha visto fiorire nuove metodologie che hanno portato, qualvolta, a rivoluzioni vere e proprie,[1] l’araldica, probabilmente per la propensione di immedesimarla con le questioni nobiliari-dinastiche o a causa del suo indiscusso tecnicismo, viene ancora concepita come conoscenza antiquaria, non solo nell'immaginario collettivo, viepiù fra gli stessi studiosi, intesa o come sapere concernente antichi problemi di lignaggio,[2] o come un gioco mnemonico, non meno dissimile da quello che potrebbe essere la semplice e pura elencazione di tutti i Pontefici nel giusto ordine. Sarà mia intenzione fornire alcuni esempi di quelle che si possono definire problematiche araldiche medioevali, a partire dalla ricostruzione della figura dell’araldo, delle sue competenze, e più precisamente dal linguaggio che lo caratterizza; cercando successivamente di districarci sull’origine degli stemmi a scopo bellico e/o identificativo.
Per araldica andrebbe inteso non soltanto lo studio della vera e propria blasonatura, con un suo lessico specifico e rispettive competenze, tenendo presente che se si parla di araldica, si sta affrontando un fenomeno che ha influenzato, per molti secoli dalla sua nascita, i segni visivi concernenti l’identità, la parentela, i colori, le figure,[3] ma anche le modalità e i significati che si celano dietro i cambiamenti simbolici: partendo dall’osservazione di una “semplice” immagine (rimane evidente che un simbolo non è mai semplice dacché rimanda a situazioni che lo trascendono) è possibile giungere a una comprensione più ampia dell’epoca trattata; come nel caso del corvo, che da un lato viene percepito, dalle popolazioni germaniche, come figura di Odino e di protezione,[4] dall’altro, da alcune popolazioni cristianizzate, a causa del suo piumaggio nero, diviene simbolo di morte e nemico della fede.[5] Queste due concezioni, che inevitabilmente si intersecheranno, porteranno a quello che si può etichettare come “sincretismo simbolico”; si avrà la presenza di un’aquila, già figura cardine presso i Romani e successivamente per la cristianità stessa,[6] con le fattezze di un corvo; quest’ultimo, pertanto, non viene distrutto, né viene eliminato il suo valore, ricomparendo con le medesime fattezze in un altro volatile.[7] L’aquila e il leone, spesso posti in antagonismo, sia per quanto concerne il primato di importanza fra le figure, sia in quanto il volatile venne scelto quale simbolo imperiale, in luogo del leone, suo più “naturale” antagonista, sono fra le effigi più diffuse nell’araldica medievale.[8]
Le considerazioni sul corvo non soltanto denunciano la resistenza della sensibilità germanica di cedere in toto alla predominanza del nuovo simbolo (l'aquila), ma mostrano come l’apparente insignificante cambiamento delle fattezze di un corvo in una figura di un'aquila, indichi qualcosa di più che la semplice constatazione di un’alterazione stilistica. Questo cambiamento di prospettiva dovrà intendersi come premessa sottaciuta nel mio percorso e, ritengo, nello studio in generale degli stemmi; constateremo come l’araldica possa fornire informazioni quantitative, artistiche, tecniche, semantiche e persino psicologiche, inerenti la percezione e l’impatto emotivo.[9]
Le considerazioni sul corvo non soltanto denunciano la resistenza della sensibilità germanica di cedere in toto alla predominanza del nuovo simbolo (l'aquila), ma mostrano come l’apparente insignificante cambiamento delle fattezze di un corvo in una figura di un'aquila, indichi qualcosa di più che la semplice constatazione di un’alterazione stilistica. Questo cambiamento di prospettiva dovrà intendersi come premessa sottaciuta nel mio percorso e, ritengo, nello studio in generale degli stemmi; constateremo come l’araldica possa fornire informazioni quantitative, artistiche, tecniche, semantiche e persino psicologiche, inerenti la percezione e l’impatto emotivo.[9]
[1]Come nel caso degli studi sul bestiario, come vedremo affini all’araldica, in cui si sono superate le posizioni anacronistiche quali quelle del volume di Petit e Théodoridès (Petit e Théodoridès, Histoire de la Zoologie). Un lavoro di diverso spessore è: van den Abeele, Bestiaires médiévaux; pur se meno recente, è degno di nota Delort, Les animaux ont une histoire. Sulla diversità di approccio e sulle relative difficoltà nello studio della simbologia degli animali, restano valide le osservazioni di Ladner: Ladner, Medieval and modern understanding of symbolism. Per quanto riguarda l’araldica, in particolar modo il contesto italiano, certamente non ci si sono state delle rivoluzioni, tuttavia esistono interessanti contributi; segnalo: Zug Tucci, Un linguaggio feudale; Zug Tucci, Istituzioni araldiche. Mentre sulla marginalità dell’araldica stessa in Italia v. Borgia, La percezione dell’araldica. Per quanto riguarda la simbologia medievale, elemento quasi “gemellato” con l’araldica, rimane storico il volume: Simbologia e simboli nell’alto Medioevo.
[2]Tuttavia è fuori discussione che essa possa essere un valido sostegno per lo studio delle genealogie, Pastoureau si esprime in questi termini: Les armoiries se transmettant de manière héréditaire, il peut arriver, après plusieurs générations et brisures ou surbrisures successives, que les armes des branches cadettes ne ressemblent plus guère aux armes de la branche aînée. Plus fréquemment, au contraire, c’est la ressemblance entre les armoiries de deux familles apparemment non parentes qui permet de reconnaître qu’elles sont issues d’un ancêtre commun. L’héraldique peut ainsi constituer une auxilliare précieuse de la généalogie (Pastoureau, L'Art héraldique, p. 59). In merito anche cfr. Bascapè e Del Piazzo, Insegne e simboli, p. 34.
[3]In merito v. Pastoureau, L'Apparition des armoiries.
[4]Il corvo è per i Celti Lúg, la principale divinità: i corvi di Odino (Huginn e Muninn) conoscono tutto, il passato così come il futuro, leggono i cuori dell’uomo, puniscono o alleviano i guerrieri
[5]Cfr. Pastoureau, L'Art héraldique, p. 105. Ciò giustificherebbe una certa tradizione, non l’unica, in cui il nero è così negativamente considerato che si narra che indizio della santità di Godelive de Bruges fosse il decoro e la rassegnazione di come sopportasse la “costrizione” di possedere una capigliatura nera; cfr. Rodocanachi, La femme italienne, p. 102.
[6]Carlo Magno farà porre in cima al proprio palazzo di Aquisgrana un’aquila di bronzo, un’aquila romana che, pertanto, non presenta alcun’altra influenza, diversamente da come avverrà in seguito nell’impiego, da parte dei regnanti, di questo volatile.
[7]Avendo evocato qualche cenno di bestiario, ci tengo a precisare che non si deve interpretare la presenza degli animali come un criterio della loro importanza, sicché le specie più importanti consisterebbero in quelle che si presentano di più: i due parametri sono nettamente diversi; è il caso del delfino, considerato “re dei pesci” e nonostante tutto poco presente negli stemmi, o come il caso della totale assenza, almeno in origine, del cavallo e del falco; cfr. Pastoureau, L'Art héraldique, pp. 107-108.
[8]Cfr. Pastoureau, Les Armoiries, p. 29 e pp. 74-75. Spesso l’adottare l’uno o l’altro rimandava ideologicamente all’essere a favore o contro l’imperatore, che ovviamente si riconosceva nell’aquila; cfr. ivi, pp. 74-75. In merito v. anche de Vaivre, La probable signification politique . Sulla superiorità dell’aquila o del leone, v. Pastoureau, Quel est le roi.
[9]Cfr. Pastoureau, Les Armoiries, p. 81.
di Giancarlo Petrella
Proprietà letteraria riservata© 2016
[2]Tuttavia è fuori discussione che essa possa essere un valido sostegno per lo studio delle genealogie, Pastoureau si esprime in questi termini: Les armoiries se transmettant de manière héréditaire, il peut arriver, après plusieurs générations et brisures ou surbrisures successives, que les armes des branches cadettes ne ressemblent plus guère aux armes de la branche aînée. Plus fréquemment, au contraire, c’est la ressemblance entre les armoiries de deux familles apparemment non parentes qui permet de reconnaître qu’elles sont issues d’un ancêtre commun. L’héraldique peut ainsi constituer une auxilliare précieuse de la généalogie (Pastoureau, L'Art héraldique, p. 59). In merito anche cfr. Bascapè e Del Piazzo, Insegne e simboli, p. 34.
[3]In merito v. Pastoureau, L'Apparition des armoiries.
[4]Il corvo è per i Celti Lúg, la principale divinità: i corvi di Odino (Huginn e Muninn) conoscono tutto, il passato così come il futuro, leggono i cuori dell’uomo, puniscono o alleviano i guerrieri
[5]Cfr. Pastoureau, L'Art héraldique, p. 105. Ciò giustificherebbe una certa tradizione, non l’unica, in cui il nero è così negativamente considerato che si narra che indizio della santità di Godelive de Bruges fosse il decoro e la rassegnazione di come sopportasse la “costrizione” di possedere una capigliatura nera; cfr. Rodocanachi, La femme italienne, p. 102.
[6]Carlo Magno farà porre in cima al proprio palazzo di Aquisgrana un’aquila di bronzo, un’aquila romana che, pertanto, non presenta alcun’altra influenza, diversamente da come avverrà in seguito nell’impiego, da parte dei regnanti, di questo volatile.
[7]Avendo evocato qualche cenno di bestiario, ci tengo a precisare che non si deve interpretare la presenza degli animali come un criterio della loro importanza, sicché le specie più importanti consisterebbero in quelle che si presentano di più: i due parametri sono nettamente diversi; è il caso del delfino, considerato “re dei pesci” e nonostante tutto poco presente negli stemmi, o come il caso della totale assenza, almeno in origine, del cavallo e del falco; cfr. Pastoureau, L'Art héraldique, pp. 107-108.
[8]Cfr. Pastoureau, Les Armoiries, p. 29 e pp. 74-75. Spesso l’adottare l’uno o l’altro rimandava ideologicamente all’essere a favore o contro l’imperatore, che ovviamente si riconosceva nell’aquila; cfr. ivi, pp. 74-75. In merito v. anche de Vaivre, La probable signification politique . Sulla superiorità dell’aquila o del leone, v. Pastoureau, Quel est le roi.
[9]Cfr. Pastoureau, Les Armoiries, p. 81.
di Giancarlo Petrella
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